PerSo2021 – Tracce nel vuoto

Il Perugia Social Film Festival, presenta in concorso sette lungometraggi, per perdersi e ritrovarsi nel cinema del reale, e domandare e rispondere, anche quando le parole sembrano mancare

Angeli sulla strada della desolazione. Condannati a vagare, ad inseguire una luce nella notte ed attraversare quel buio alla ricerca di un nuovo confine. Ailleurs Partout, di Isabelle Ingold e Vivianne Perelmuter, approfitta di tutto il potenziale offerto dalla tecnologia del controllo contemporanea per costruire un racconto, semplicemente raccogliendo gli indizi di una storia dalle telecamere sparse in giro per il mondo. Alle immagini aggiunge poi delle voci fuori campo in forma di dialogo o di voce narrante, ed una musica abissale. L’insieme compie il sortilegio di una narrazione, stringe i margini di una vita, quelle di Shahin, un ragazzo iraniano ventenne partito per raggiungere l’Inghilterra. L’esempio perfetto di cinema pandemico, quella finestra lascia entrare un senso di solitudine, impegnato ad inseguire degli spettri dentro un’umanità diradata, traspare uno sguardo catturato dallo smarrimento dopo una fuga piena di pericoli, e continua ad indugiare su un indefinito presente pieno ancora delle speranze per l’avvenire e spaventato dall’indifferenza generale. Un modo originale di raccontare l’immigrazione e la fede come un’esperienza di viaggio, che non si esaurisce, ma continua la sua marcia in un loop mentale osservando il paesaggio triste, immaginato, inevitabile, come luogo ameno ed accogliente.

Il senso di isolamento, diventato la cifra distintiva del pianeta intero durante il periodo di maggiore diffusione del Covid, si riscontra anche da Imperdonable di Marlén Viñayo, coraggioso ritratto di un detenuto, Geovany, un sicario chiuso in una cella del carcere in El Salvador, insieme ad altri componenti delle bande. Colpevole di numerosi omicidi, ma soprattutto di un delitto imperdonabile, quello di essere omosessuale, un’accusa da cui è impossibile discolparsi e che ti espone a ritorsione. Le sbarre accentuano l’idea di separazione all’interno di un istituto dominato dal fanatismo religioso e dall’omofobia, invece della redenzione o del perdono, suonano toni da condanna ed abbandono, con parole terribili anche soltanto da concepire per chi si dice osservante. Si registrano interni sovraffollati da individui coperti da tatuaggi di affiliazione e/o di lotta, resi asfittici da una densità esagerata, mentre circoscrivono i limiti di un cuore sempre più consapevole di essere solo, con le fragilità ed i bisogni, di qualunque altro uomo.

Un tema ritornante quello carcerario, già presente con Broken Head del polacco Maciej Jankowski nel concorso dell’anno precedente, ed esplorato anche in un altro dei titoli in concorso, Rancho di Pedro Speroni. La reclusione nell’istituto di massima sicurezza di Buenos Aires restituisce un racconto meno circoscritto alle vicende personali, più interessato ad uno sguardo di insieme, assemblando frammenti rubati, alla memoria ed al presente, per concludere in una presa d’atto di un destino di delinquenza condizionato sin dalla nascita a causa della povertà. Quartieri abbandonati al proprio destino e situazioni familiari tragiche, con l’aggravante di un disperato bisogno economico, significano spesso finire in un circolo corrotto, oltre a favorire comportamenti violenti e delittuosi. Il quadro corale registra anche i diversi gradi di accettazione della pena, la rassegnazione e la speranza, a seconda dell’indole rileva un atteggiamento aperto al sorriso o soltanto sfiduciato dal rimpianto della libertà perduta. Le visite ed i momenti di condivisione degli spazi aprono la vista su un aspetto più intimo, svelano un lato onesto, giocoso, dietro la maschera minacciosa indispensabile per la sopravvivenza in un territorio ostile. La chiusura coatta segna un destino di redenzione da inventare sopra un interesse, lasciandosi trasportare su un sogno troppe volte tradito, e ritrovare una strada persa, una moglie e dei figli che aspettano con impazienza. Significa lavorare su un domani quando quel futuro è ancora coperto dalla nebbia e camminare al fianco di un’ombra, cercando di seguire delle orme fatue, rese incerte da una società spietata verso gli ultimi.

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SCENEGGIATURA: Tutti i corsi in arrivo della Scuola di Cinema Sentieri selvaggi


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Personal Life of a hole di Ondrej Vavrečka sopra l’ineluttabile costruisce la propria narrazione, casuale, volutamente disordinata, perfetta per la tesi impegnata a sostenere. La struttura filmica ingloba al suo interno concetti di filosofia della scienza, fisica quantistica, antropologia, musica, per ragionare e scatenare un discorso sulla casualità come motore della realtà e dell’esistenza stessa, tutto racchiuso in un buco che dalla sua inconsistenza, dai neri e vuoti abissi, erutta pezzi di materia significanti. Con l’aiuto delle interviste ed il ricorso ad esempi pratici, il film esplicita, semplificando all’osso, il complicato impianto culturale, usa l’ironia e la fantasia come indirizzo di riferimento, approfittando della possibilità logica random, e gioca su quegli imprevisti eletti a diventare norma. Gli interstizi temporali sono travolti dall’esercizio del salto, rimbalzano in una successione indipendente, ed offrono la possibilità di ragionare in maniera combinatoria prima di riagganciare un collegamento, o tranquillamente di vagare per la tangente verso un oscuro riqualificato dalla riflessione. Un’opera intelligente e divulgativa, utile a fare crescere interesse senza cadere nell’accademismo, e fornire comunque delle vie d’uscita, naturalmente impreviste, verso soluzioni ancora non prese in considerazione.

Coperto dalla nube della dimenticanza, filtrato all’uscita dalla censura fino a farlo scomparire, è About Some Meaningless Events, un film indipendente del 1974. Da una copia scovata in un angolo polveroso in Spagna è nato Before the Dyign of the Light diretto da Ali Essafi, un lavoro di recupero materiali d’epoca, agli albori delle cinematografia marocchina, dove al nucleo centrale rappresentato dalle riprese recuperate, si legano foto, musica e cartoni per ricreare l’impressione di una società in fermento, mossa da un fremito di ricerca ed innovazione, ancora frenata dalla presenza del fattore religioso, naturalmente, ma molto coraggiosa ed incamminata in direzione del cambiamento. La sorte di questa pellicola finita nel retrobottega va di pari passo, scrivendo la trama, con quella dei loro artefici, ostacolati e perseguitati dal regime del re Hassan II, e condannati a subire minacce e rappresaglie. Soffiato via lo strato di cenere sotto il quale era stato costretto, riaffiora un bisogno di espressione e ribellione tipicamente occidentale, motivato e combattivo,  abituato ad agitare con un linguaggio ideologico le fondamenta della macchina borghese. Una forma di attivismo e contestazione straordinarie per certe latitudini, ma che pure lascia intendere come possano contenere i principi di un incendio mai finito di appiccare. Un fuoco che brucia incessante in Shady River di Tatiana Mazú González, un film di lotta ambientato in un villaggio di minatori della Patagonia. Un richiamo di battaglia e una chiamata alla armi sostenute da generazioni di donne fiere di emanciparsi dall’immagine di docile angelo del focolare, per confermarsi parte attiva di un movimento passato da una generazione a quella successiva con le stesse parole d’ordine e lo stesso nemico. Le voci si rincorrono nei paesaggi congelati, ridotti ad essere una cartolina e trasformano quel silenzio immobile, quei reticoli immobili, nel luogo dove covano i vitali impulsi della ribellione.

What I’m doing in this visual Word? di Manuel Embalse, è un altro film inquieto e disunito, l’esperienza di vita dell’artista peruviano Zezé Fassmor, diventato cieco a 25 anni, diventa la necessità di porre delle domande decisive per attivare una nuova vista, invece di una fine ha il significato di un inizio, di nuovi sogni e di nuovo futuro, in un mondo modificato dalla tecnologia. L’aspetto innovativo della rivoluzione digitale incrocia le speranze di recuperare uno sguardo, mentre intanto il lavoro quotidiano consiste nel rintracciare suoni e rumori, partire in viaggio e catturare sensazioni sepolte in un tempo lontano e già investite dai versi dei poeti dell’antichità. Un film di rinascita, di progetto e reinvenzione personale, che solleva domande importanti sull’immagine, in un mondo ormai dominato dalla vista, e si interroga sui limiti ormai all’orizzonte ed in procinto di essere superati. E se da un lato prova la possibilità di creare alternative, dall’altro teorizza tutto il suo potere evocativo, e risorge, mutata, travestita di colori originali, mai visti.

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UNICINEMA – UNA NUOVA IDEA DI UNIVERSITÀ

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