PesarHorrorFest 2007: Cronaca da un mercato in fermento

Il PesarHorrorFest è una manifestazione che fa bene al cinema (non esclusivamente horror) poiché riverbera non soltanto la passione dell’ottima squadra che ha organizzato il programma e l’entusiasmo di chi fruisce le classiche “immagini in movimento” (due momenti che si riuniscono in un clima spensierato ma non superficiale), ma anche perché ci permette una volta di più di aprire una finestra a 360° su un sistema culturale che quelle immagini le alimenta e le rende vivide. Non una museificazione dell’horror, quindi, ma una vitale capacità di rimetterlo in circolo e di offrire al pubblico uno sguardo capillare sulla produzione attuale, italiana e non. Da questo punto di vista, rispetto alle altre rassegne dedicate al genere che pure sono disseminate nell’arco dell’anno, il PesarHorrorFest ha una capacità particolare, quella di offrire una prospettiva che partendo dal “basso” (da intendersi sia come “cinema delle pratiche basse” sia come “cinema produttivamente underground e indipendente”) riesce a stabilire delle connessioni con il passato (la riscoperta del cult L’aldilà di Lucio Fulci) e con il cinema di “grande distribuzione” (le proiezioni dell’interessante Altered di Eduardo Sanchez o del demenziale Maial Zombie di Mathias Dinter, purtroppo doppiati). Il programma messo insieme con grande sensibilità e ammirevole caparbietà dagli organizzatori Mauro Giorgio, Ivan Italiani e Michele Rossi del Cineclub Shining, assume dunque una qualità orizzontale, dove ambiti produttivi differenti, budget difformi, formati tra loro distanti (corti, lunghi, opere letterarie) si affiancano come tessere di un variegato mosaico per offrire una ricca dimensione d’insieme sullo “stato delle cose” nel mercato horror.

E da questo punto di vista è molto interessante notare come la selezione, oltre a essersi rivelata generalmente di buon livello qualitativo, sia riuscita a trasmettere l’idea di un fermento produttivo che interessa anche e soprattutto il nostro martoriato paese: ciò che, da operatori e spettatori, portiamo a casa infatti è la consapevolezza di un mercato italiano che non si arrende allo sterile dibattito sugli “autori”, alla logica del “panettone” come unico momento di aggregazione (e incasso), ma sa forgiare nuovi e interessanti nomi (il Federico Greco di Liver può essere uno di questi) e soprattutto supera finalmente la barriera del “concettualmente vecchio”, del prodotto nato “in ritardo” poiché ancorato a logiche sorpassate, magari “pensato” (?) a tavolino da una produzione/distribuzione ignorante e irrispettosa del suo pubblico.

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NymphaSi può uscire a testa alta dalla proiezione di un film come La notte eterna del coniglio, di Valerio Boserman, dramma claustrofobico/postatomico su alcuni sopravvissuti a un olocausto nucleare che vengono braccati da una inquietante figura mascherata da coniglio. Un film girato con gusto, che non tradisce i limiti del suo budget, e che sa creare personaggi credibili, complice una direzione d’attori molto attenta (su tutti spicca la brava e bellissima protagonista spagnola Laura Moreno) e che sa per questo far accettare anche un finale “razionalista” che pure smorza molte delle intenzioni. E che dire invece di Nympha, ultima opera di quell’Ivan Zuccon che da tempo fa parlare di sé (dividendo anche gli appassionati tra estimatori e detrattori)? Un film che nonostante alcune lungaggini narrative tiene insieme una storia intrigante e diretta con spiccato gusto visivo, fino a sfociare in un finale lirico e potente! Non sarà un caso se anche un’opera semplice e poco “originale” come Il metodo Orfeo, di Filippo Sozzi riesce comunque a non far rimpiangere il tempo speso per la visione grazie a una qualità di messinscena di livello comunque molto alto, che fa dimenticare la sciatteria dell’horror semi-professionale dietro il quale abbiamo dovuto perdere tempo negli ultimi anni. E a conti fatti non tradisce le aspettative nemmeno lo “scult” Beauty Full Beast, di Federico Sfascia, partecipata invettiva contro la superficialità dell’apparire girata con irriverenza, virtuosismi di spassoso barocchismo e un nonsense palesemente debitore del primo Sam Raimi, ma filtrato attraverso un senso del bizzarro squisitamente italico: un trash-movie d.o.c., mai furbetto e per questo estremamente simpatico e divertente.

L'aldilàIn tutto questo la scelta di tributare l’omaggio a Lucio Fulci con la già citata proiezione dell’Aldilà (introdotto dalla protagonista Cinzia Monreale) costituisce la migliore chiosa possibile per l’intera manifestazione: opera seminale di un regista in bilico tra l’ufficialità della produzione mainstream (il passato con Steno e i “mostri sacri” quali Totò e Sordi), il gusto della scoperta (fu Fulci – e non va dimenticato – ad avere lanciato al cinema Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, nonché lo stesso Adriano Celentano) e la sperimentazione che sfocia nell’esaltazione delle pratiche basse (lo splatter virulento e grottesco dei suoi horror). D’altronde L’aldilà è esso stesso dichiarazione d’intenti per la sua storia in bilico fra desiderio razionalista (incarnato dal protagonista McCabe/David Warbeck) e una messinscena che invece apre squarci onirici, dove la ricerca di un punto di vista razionale offre il destro a slanci lirici. Si pensi alla celeberrima scena in cui Liza/Catriona MacCall ripensa ai passi senza sonoro di Emily/Cinzia Monreale: assunto logico, esito poeticamente visionario, fino allo strepitoso finale che illumina lo schermo e l’anima dello spettatore con la vittoria del fantastico sul reale (a parere di chi scrive il più bell’ending della storia del cinema horror). Ma L’aldilà, recuperato finalmente in una proiezione in pellicola, è interessante anche per come mette in scena il fantastico attraverso una serie di espedienti squisitamente baviani, sebbene filtrati poi attraverso la sensibilità esasperata ed esasperante di Fulci: in particolare colpisce il gioco delle dissolvenze e del fuori-fuoco a legare le varie parti del film in maniera tale da comporre una danza di immagini che esalta il valore delle singole sequenze come il maestro Mario Bava aveva fatto nel suo capolavoro Reazione a catena. Dunque un film che coniuga anch’esso passato e presente, per la modernità del suo linguaggio, per la sua cognizione dei modelli (c’è dentro anche il Dario Argento di Inferno) e per la sua natura produttivamente “piccola” ma capace di assurgere a livelli artistici davvero “grandi”. Come in fondo è riuscito a fare questo piccolo ma vitalissimo festival, al quale auguriamo sempre maggior fortuna.

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