PESARO 47 – "Mat'", di Antoine Cattin e Pavel Kostomarov (Documentari russi)

Ci sono registi che sembrano costantemente inseguire il reale all’interno dei loro documentari, come a voler ingaggiare una perenne lotta con la materia filmata. In questi casi, ciò che si desidera far emergere è la fuggevolezza di una realtà che si lascia difficilmente cogliere appieno quando non vi è, come nel caso del cinema non-fiction, una pianificazione a priori che consenta di controllarne quanto più possibile le traiettorie. Non è questo il caso dei due registi autori del documentario Mat’ (La madre), Antoine Cattin e Pavel Kostomarov, ai quali è dedicata una retrospettiva nel corso della 47° edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, all’interno della più ampia sezione interamente incentrata sulla recente produzione documentaristica russa.

La scelta di Cattin e Kostomarov va nella direzione di quella che potremmo definire una “drammatizzazione del reale”, perpetrata attraverso la sottigliezza di uno sguardo che trova nella consapevolezza del mezzo la possibilità di esprimere tutta la propria forza. Pochi movimenti di macchina, un’accurata scelta delle inquadrature che sembra costantemente contraddire la necessità di cogliere l’irripetibilità dell’istante e, soprattutto, una qualità dell’immagine che a tratti eguaglia quella dei film di finzione, grazie ad un sapiente uso delle focali e della luce (si pensi alle numerose occasioni in cui il teleobiettivo consente di lasciare fuori fuoco lo sfondo per esaltare il primo piano dei personaggi), nonché ad un ottimo lavoro di montaggio capace di conferire il giusto ritmo al racconto. Non sorprende, dunque, che i due giovani autori abbiano scelto di chiamare “Kinoko” lo studio di produzione da loro fondato nel 2003, un nome che enuncia la programmatica intenzione di riallacciarsi a quella tradizione documentaristica che trova in Dziga Vertov il proprio fondatore.

E tuttavia, questo eccesso di attenzione nei confronti del dato formale non tradisce mai l'autenticità della storia e dei personaggi. La protagonista è Ljuba, una donna che cela dentro di sé la profonda tristezza per un passato che le è stato letteralmente rubato, dalla madre prima e dal marito poi, entrambe alcolizzati ed entrambe irrispettosi nei suoi confronti, fino al punto di calpestare in modi diversi – ma con eguale violenza – la sua dignità di donna: di figlia e di moglie. E allora, di fronte ad un destino tanto crudele, Ljuba sceglie di adempiere all’unico ruolo che la fa sentire viva e importante: il difficile ruolo di madre. Abbandona il marito portando con sé i suoi nove figli e inizia a lavorare instancabilmente come allevatrice di mucche, riuscendo con sacrifici, rinunce e molta fatica a crescerli come meglio può, aiutata anche da Olessia, la figlia primogenita che diventa una seconda madre per i suoi fratellini.

Dietro la leggerezza che caratterizza molti momenti del film, si nasconde sempre una profonda amarezza che è restituita allo spettatore attraverso la cura del dettaglio, capace nella sua contingenza di rivelare con forza l'impercettibile sintomo di un profondo malessere sociale e individuale, come una nota stonata che si stacca a tratti dalla perfetta armonia di un coro. Un sintomo che esplode con devastante forza nel finale, quando il primo piano di Ljuba, che tenta disperatamente di rincorrere il figlio tra la confusione di una stazione ferroviaria, palesa con drammatica evidenza quel senso di sospensione che aleggia in tutto il film. Da una parte l’ostinazione a non arrendersi; dall’altra la tentazione di cedere sotto l’insostenibile peso di una tormentata esistenza.