PESARO 47 – "Tee Rak", di Sivaroj Kongsakul (concorso)

Un lungo piano fisso: una strada sterrata che si perde in profondità, dividendo in due parti uguali l'inquadratura. Un uomo a bordo di una vecchia moto viene verso di noi, fino a uscire fuori campo, per poi percorrere nuovamente la strada in senso opposto, fino a perdersi in profondità, all'orizzonte.

Così inizia Tee Rak (L'eternità) del regista thailandese Sivaroj Kongsakul, delineando fin da subito le coordinate spaziali e temporali entro le quali lo spettatore sarà chiamato a muoversi fino alla fine del film. Tempi estremamente lunghi che consentono allo sguardo di perdersi nella vastità degli spazi inquadrati. Molti campi lunghi e pochissimi primi piani, con inquadrature geometricamente inappuntabili, risultanti dall'instancabile ricerca di una perfetta simmetria. I primi dieci o quindici minuti del film sono stranianti. Lo stesso uomo di mezz’età visto nella prima inquadratura, Wit, si muove nel silenzio. Le sue azioni sono riconducibili ad una lenta alternanza di “apparire” e “sparire” dai margini dell’inquadratura; un'inquadratura che, lungi dall'essere concepita come “scena”, è restituita come un puro spazio destinato al reiterato attraversamento.

Una lacrima scende dal volto di Wit, un volto segnato dalla nostalgia. Subito dopo, lo vediamo su una zattera di legno mentre percorre un fiume. Di colpo sparisce, per non tornare mai più fino alla fine del film, lasciando il campo ad una coppia giovane e felice. A partire da questo momento, quello che sembra il semplice ricordo di un amore di gioventù prende vita sullo schermo. Wit, poco più che ventenne, e la sua promessa sposa trascorrono alcuni giorni spensierati in un villaggio rurale, lontani da Bangkok, la città in cui vivono e lavorano.

In realtà, quello che si anima sullo schermo è ben altro da un semplice ricordo. È lo sguardo nostalgico che un defunto getta su un frammento della propria esistenza terrena. Ed è proprio in questo ribaltamento di prospettiva che risiede la straordinarietà del film di Kongsakul, nella capacità di restituire una “visione altra” più che una storia dettagliatamente narrata; di rendere cinematograficamente possibile uno sguardo dall'al di là, che si rivela per ciò che è solo verso la fine del film. Il regista chiede allo spettatore di abbandonarsi semplicemente a questo lento fluire di immagini; ad un atto di profonda contemplazione di luoghi e gesti apparentemente ordinari. Fino al momento della rivelazione, quando una nuova lacrima cala sul volto giovane di Wit, anticipando di poco la sua seconda ed ultima “sparizione”, che lascia il posto all’assenza, al senso di vuoto che si insinua nella vita quotidiana della sua famiglia.

Attraverso l’essenzialità che caratterizza il suo stile di regia, Kongsakul riesce a svuotare la sua opera da ogni retorica, consentendo allo spettatore di vivere sulla propria pelle lo scorrere del film, lasciandosi letteralmente avvolgere dalle immagini e dai suoni. La lentezza che caratterizza il ritmo narrativo della storia è l’elemento che consente al regista di ambientare il suo film nel tempo più che nello spazio. Tee Rak: “eternità”, per l’appunto…