PESARO 48 – "Ho inventato il mio stile facendo di necessità virtù". Incontro con Nanni Moretti

Protagonista del 26° Evento Speciale sul cinema italiano della 48? Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, Nanni Moretti ha incontrato il pubblico pesarese e la stampa presso la sala del Teatro Sperimentale, poco prima della proiezione del suo ultimo film Habemus Papam. In questi giorni è stata ripercorsa l'intera carriera del cineasta romano, dai primissimi cortometraggi girati in super8 all'inizio degli anni '70, fino ai film più recenti, ma l'evento più atteso era senza dubbio questo incontro, il quale ha saputo restituire ai presenti quello che potremmo definire un “ritratto totale” di Moretti. Non solo l'attore o il regista, ma anche il produttore, il distributore, l'esercente, il direttore di festival e dunque una figura assolutamente eclettica che ha saputo portare avanti negli anni un interessante e multisfaccettato progetto culturale.

L'incontro è stato condotto da Bruno Torri (Presidente della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema) e Vito Zagarrio (curatore del 26° Evento Speciale).

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
----------------------------------------------------------------

 

BRUNO TORRI: È curioso il fatto che tu oggi sia seduto qui proprio a un anno di distanza da Bernardo Bertolucci, che fu protagonista dell'Evento Speciale dello scorso anno e che è, indubbiamente, uno degli esponenti di quel “Nuovo Cinema” che prese forma in Italia negli anni '60 sulla scia delle altre Nouvelle Vague internazionali. Personalmente, ho sempre creduto che la tua poetica sia fortemente debitrice nei confronti di quel modello di cinema, e che in esso pianti le sue radici. Ti riconosci in questa linea di continuità?

NANNI MORETTI: Indubbiamente ritengo che le mie esperienze di spettatore siano state molto importanti per il mio lavoro di regista, e ammetto che da spettatore sono stato molto legato al cinema dei grandi autori italiani degli anni '60. Quei film sapevano riflettere contemporaneamente sulla realtà e sul cinema e, anche se lo facevano con stili differenti l'uno dall'altro, si proponevano di prefigurare un nuovo modello di cinema e una nuova società. Non rientravano in quel gruppo di film che possono dirsi “politici” per i contenuti ma che si disinteressavano completamente del mezzo utilizzato.

 

VITO ZAGARRIO: In questi giorni di festival è emerso un grande interesse nei confronti della cinefilia e del metalinguaggio che attraversa tutta la tua carriera. Puoi dirci qualcosa al riguardo?

N.M.: In realtà ci sono molti registi che hanno una cultura cinematografica molto superiore rispetto alla mia. Un esempio può essere Gianni Amelio. Io sono arrivato piuttosto tardi al cinema, ho iniziato a guardare film con un certo interesse soltanto a partire dai quindici anni, frequentando alcune sale romane come il cinema Farnese e il Nuovo Olimpia. Devo dire che col trascorrere del tempo il mio interesse e la mia curiosità di spettatore non è mutata, mi piace vedere i film di altri registi e scoprire opere interessanti. Come esercente, oggi ho anche la possibilità di programmare film che dovessero eventualmente interessarmi, perché mi piace l'idea di poter condividere con gli altri la mia esperienza di spettatore.

 

B.T.: Come hai imparato a gestire nel tempo la tua compresenza dietro e davanti alla macchina da presa? Quali fatiche e problemi ulteriori comporta per il pieno controllo del set?

N.M.: All'inizio, prima di Palombella rossa, devo ammettere che era più difficile, perché non esisteva il controllo video e quindi non era possibile rivedere immediatamente il girato, bisognava fidarsi dei propri collaboratori. Ora è sicuramente un po' più semplice. Tuttavia, bisogna restare continuamente concentrati su più fronti. Si deve recitare e contemporaneamente dirigere gli altri attori. Devo ammettere però, che fin dai miei primi corti in super8 mi è venuto spontaneo muovermi in questo modo sul set. Mi piaceva mettermi davanti alla macchina da presa come persona, come corpo direbbero i critici. Anche la mia propensione a raccontare i miei ambienti è qualcosa che è risultata spontanea fin dagli inizi, facendo leva sull'autoironia e giocando a prendermi un po' in giro.

 

V.Z.: Puoi dirci qualcosa sul tuo stile di regia, sul tuo modo di mettere in scena? Si è modificato negli anni?

N.M.: Sai, quando giocavo a pallanuoto mi ero specializzato in un colpo particolare, la palombella. Si tratta di un colpo morbido, una specie di pallonetto. Avevo imparato a sfruttare le potenzialità di quel colpo perché non ero molto forte fisicamente, ma ero dotato di una buona visione di gioco e, so che può sembrare una battuta, ero il regista della squadra. Insomma, ero stato costretto a fare di necessità virtù, inventando il mio stile di gioco fondato sull'astuzia e la precisione. Quando ho iniziato a fare cinema è avvenuta un po' la stessa cosa. Non disponevo di gradi mezzi, né di attori professionisti e quindi sono stato costretto a inventare un mio stile. Apprezzavo l'utilizzo della macchina fissa e iniziai a utilizzarla con frequenza, soprattutto nei miei primi film, fino a Sogni d'oro. Questo mi aiutava a ricordare a me stesso e agli spettatori che quello che stavano guardando non era la realtà, ma era il mio punto di vista sulla realtà. Quanto agli attori, mi piacciono quelli che non scompaiono dietro il personaggio che interpretano, ma che lasciano emergere la persona. Insomma, non mi dispiacciono tutte quelle scelte che, nella giusta misura, rivelano il film.

 

B.T.: Io credo che a partire da Bianca il tuo stile sia diventato maturo. Hai scelto di realizzare un film più complesso all'interno del quale si modifica anche il tuo rapporto col personaggio che interpreti.

N.M.: Direi proprio di sì, dato che si tratta di un assassino! A parte gli scherzi, diciamo che all'inizio avevo un modo più “freddo” di relazionarmi al film, sia come regista che come spettatore. Tendevo a mantenere le emozioni a una certa di stanza, così da poter tendere verso una perfezione formale. Poi, mi è capitato di vedere un film che ha modificato questa mia visione delle cose. Si tratta de La signora della porta accanto di Francois Truffaut. Vedendo quel film, capii che come spettatore potevo andare al cinema un po' più impreparato, senza voler sapere già tutto del film prima di entrare in sala e, soprattutto, che potevo emozionarmi di più durante la visione. Da Bianca in poi, dunque, ho iniziato a dare più importanza all'intreccio narrativo, anche attraverso la collaborazione con altre persone come, per esempio, Sandro Petraglia.

 

V.Z.: Mi piacerebbe parlare del tuo rapporto con la critica. Cosa puoi dirci a tal proposito?

N.M.: Quando ho iniziato a fare il regista leggevo tutto e conservavo tutto. Poi ho iniziato a leggere molto e a conservare tutto. Oggi leggo poco e conservo qualcosa. È interessante l'accoglienza che mi è stata riservata da un certo punto in poi da buona parte della critica e del pubblico francesi. Che dire? Potrei riprendere una frase di mio padre… Lui era un docente di epigrafia greca. Io frequentavo il ginnasio e non capivo niente di latino e greco, ma puntualmente venivo promosso. Lui ogni volta ripeteva la stessa frase: “Finche dura…”. Oggi posso dire la stessa cosa del mio rapporto con i francesi: finché dura…

 

B.T.: C'è da dire però che alcuni critici italiani all'inizio ti avevano ascritto tra i “nuovi comici”, anche se tu in realtà avevi una formazione molto diversa rispetto agli altri. Ti arrabbiavi?

N.M.: No, non posso dire che questa cosa mi facesse arrabbiare. Diciamo che aspettavo con speranza…

 

V.Z.: Cosa puoi dirci della relazione che intercorre tra il tuo cinema e la politica, o l'ideologia?

N.M.: Tu parli di ideologia e mi viene in mente una scena di Io sono un autarchico, quando sto leggendo Marx e a un certo punto dico: “Ma qua non ci sto capendo niente. Mi sa che ho sbagliato ideologia…”. Io, in realtà, ho cercato di tenere un po' separate la mia attività politica e la mia attività di regista, anche se molto spesso ho preso in giro la sinistra italiana, proprio utilizzando quell'autoironia di cui dicevamo prima. Però quando ho preso parte al “movimento dei girotondi” non ho voluto filmare nulla, ho voluto tenere fuori dai miei film quest'esperienza personale. Quando la politica è entrata in modo più diretto nei miei film, come in Aprile o ne Il caimano, non l'ho mai sentito come un “dovere”. Il più delle volte si trattava di un sentimento che pian piano prendeva la forma di una sceneggiatura o, meglio, di una bozza di sceneggiatura con molti vuoti narrativi che cercavo di colmare in fase di ripresa e di montaggio. Qualcuno ha provato a operare anche una lettura politica di Habemus Papam, riportando le tematiche del film alla situazione sociale e politica dell'Italia, o addirittura mi hanno chiesto se nella morte del giovane in La stanza del figlio era possibile leggere la morte degli ideali del '68. No! Credo che molte interpretazioni siano lecite, ma non tutte.

 

B.T.: Parliamo anche delle attività parallele a quelle di regista e di attore. Tu sei un produttore, un distributore, un esercente, un direttore di festival. Che riscontri hai da queste attività?

N.M.: Nel 1986 avevo 33 anni e Angelo Barbagallo ne aveva 28. Insieme decidemmo di fondare una casa di produzione. Mi ritenevo un regista fortunato e volevo restituire parte della mia fortuna ad alcuni giovani esordienti. La maggior parte delle volte in Italia si è costretti a esordire con una grande scarsità di mezzi e noi, invece, ci proponevamo di mettere questi giovani registi nelle migliori condizioni possibili. In quel periodo le strategie produttive più in voga andavano nella direzione di “finte” collaborazioni internazionali. Noi volevamo proporre un'alternativa a tutto questo. Come produttore, non mi sono mai posto nei confronti dei giovani registi come un regista più esperto, ma neanche come produttore in senso classico. Cercavo di essere uno spettatore, di immaginarmi come spettatore di un film realizzato sulla base delle sceneggiature che mi venivano inviate. Questo mi consentiva di essere “interessato”, ma di mantenere un distacco maggiore rispetto al regista. Per quanto riguarda lo stile, invece, non ho mai preteso che si realizzassero dei film “alla Moretti”. Volevo che ciascuno di questi registi trovasse la propria strada. Poi nel 1991 abbiamo aperto una sala cinematografica per poter mostrare quei film “difficili” che erano alla continua ricerca di un pubblico, ma che molte sale si rifiutavano di proiettare. E anche per quel che riguarda la mia attività di distributore l'idea di partenza è simile. Prendiamo il caso dell'ultimo film dei Taviani. Io l'ho visto per ultimo, dopo che era stato rifiutato da molte altre case di distribuzione perchè ritenuto “bello, ma difficile”. Non voglio dire che il pubblico sia sempre innocente, a volte è pigro, ma qualche altra volta, come in questo caso, riserva delle belle sorprese e sa premiare le scelte coraggiose.

 

 

 

_________________________________________________________________________________________________

Puoi dare un contributo per questo contenuto editoriale, con una libera donazione – di qualsiasi importo – a Sentieri selvaggi.

 

Un commento

  • Avatar

    Se anche Moretti è figlio della Nouvele vague allora anche Neri Parenti è figlio della commedia all'italiana… non scherziamo e non usiamo la nouvelle vague come il prezzemolo… con tutto il rispetto per Bruno Torri…come per altri decani della critica cinematografica… a un certo punto è giusto farsi da parte…quando la lucidità storica scricchiola…A Moretti gli si è sempre perdonata quella piattezza nel modo di girare per la maschera attoriale (che può piacere o non piacere…e a me non piace) che incarna dagli esordi… e in effetti a posteriori forse ha vinto la palma d'oro con il film meno alla Moretti che poteva realizzare… ora veder proprio nella regia uno dei suoi punti di forza… significa proprio fare una rilettura "curiosa" della filmografia morettiana…mi auguro che il prossimo anno Bruno Torri lasci spazio a qualche nuovo giovane critico selvaggio.