Pesaro 49 – "La chupilca del diablo", di Ignacio Rodriguez e "Matei copil miner", di Alexandra Gulea (Concorso)


La chupilca del diablo
, di Ignacio Rodriguez e Matei copil miner, di Alexandra Gulea sono due film molto diversi tra di loro, ma con alcune caratteristiche comuni. Il giovane Rodriguez con sorprendente maturità, sceglie raccontare la caparbia solitudine dell’anziano Eladio; la documentarista Gulea, cimentandosi per la prima volta nella fiction, indaga con il suo piccolo Matei, su quello che sarebbe quel mondo senza di lui

Ignacio Rodriguez, La chupilca del diablo, Pesaro

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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I due film del concorso, La chupilca del diablo, di Ignacio Rodriguez e Matei copil miner diversissimi tra loro, anzi, tanto opposti nelle storie che raccontano, da essere quasi agli antipodi, si riavvicinano se li guardiamo radicati dentro i luoghi che ne costituiscono lo scenario.

Il cileno Rodriguez racconta la storia di Eladio, anziano e testardo imprenditore, proprietario di una piccola fortuna. Il suo carattere scontroso e sospettoso lo ha allontanato dalla famiglia. La modernità sta mandando in malora la sua attività, la sua malattia avanza. Il nipote Javier che lo va trovare e lo aiuta nel lavoro è l’ultima possibilità della sua vita per riconciliarsi con la famiglia e con il mondo. 

L’esordio del cileno Rodriguez è promettente. La chupilca del diablo, che fa riferimento ad una grappa che il protagonista produce nella sua azienda, è un film dal più che solido impianto, nel quale la maturità e la sapienza della scrittura, ritrovano perfetta corrispondenza nella definitiva messa in scena. Si direbbe, guardando il film che il suo regista non sia un ragazzo di venticinque anni, bensì un consumato autore che riflette con consapevolezza, sui temi della vecchiaia e della solitudine. Colpisce nel film quell’aura di maturità che avvolge la storia, i personaggi, il complessivo découpage, lo sviluppo e la progressione della consapevole solitudine di Eladio. Colpisce, infine, e resta depositato nella memoria, il finale non conciliante che il coraggio giovanile fa scegliere al suo autore. Ripiegato dentro un percorso di testardo isolamento, la solitudine di Eladio sceglierà di non trovare soluzioni rifiutando la mano tesa del giovane Javier che avrà imparato molto per il suo futuro dall’osservazione della vita dell’antipatico zio.
 

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La documentarista Alexandra Gulea sceglie di provare la via del cinema di fiction e con Matei copil miner (Mattei ragazzoAlexandra Gulea, Matei copil miner, Pesaro scavatore) pur conservando le prospettive visive della documentarista e un certo animo indagatore, soprattutto nei significati che attribuisce allo sguardo sui paesaggi, confeziona un film che va ascritto alla categoria, sempre che questo possa avere un qualche interesse. Il film della Gulea sembra raccontare molto di più di quanto in effetti racconti. Matei, il giovane protagonista, vive con il nonno, i genitori lavorano in Italia. Lui è appassionato di entomologia, è un osservatore del mondo minuscolo. Espulso dalla scuola per avere dipinto, con altri compagni, l’auto dell’insegnante, tenterà una fuga a Bucarest. Al suo ritorno dovrà assistere il nonno ormai in fin di vita e quando sua madre tornerà per portarlo con sé in Italia, Matei si nasconderà rifiutando le prospettive di una vita che promette un benessere maggiore.
 

Il cinema rumeno si candida a diventare tra le cinematografie complessivamente più interessanti e vitali di un’Europa un po’ in affanno, se si eccettuano alcune rare eccezioni. Il film della Gulea conferma l’assunto e ci riporta al tema del radicamento culturale dentro i confini del proprio paese. Il tema centrale di Matei copil miner, infatti, non sembra essere quello di indagare su un’inquietudine propria dell’adolescenza, alla Truffaut per intenderci, quanto piuttosto quello di compiere un’indagine sul tema del futuro proprio e, attraverso una conseguente progressione, anche su quello di un’intera nazione. Alexandra Gulea compie questa sua indagine, attraverso il volto intenso del suo giovane attore, con metodo elegante e con sapiente velatura del suo intento. Dietro la narrazione della quotidianità, anche complessa di Matei, si leggono, infatti, le vere intenzioni dell’autrice. Si legge, soprattutto, il tentativo, riuscito, di fare diventare il piccolo protagonista il prototipo di chi decide caparbiamente di restare, rifiutando le allettanti prospettive di un futuro benessere. La malattia, gli insetti, il mondo che lo circonda e le tradizioni che intende rispettare male si conciliano con la propria idea di futuro. Anche Matei come già Eladio decide di restare lì dov’è la sua vita, chiudendo la porta davanti alla promessa del mutamento.

 

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