Pesaro 49 – Sempre nel segno del nuovo cinema

Festival di PesaroAlla soglia dei cinquant’anni di vita il Festival di Pesaro conserva una sua precisa identità che lo distingue all’interno del vasto panorama festivaliero e conferma le intuizioni dei suoi fondatori e dei suoi ispiratori. Esisteva ed esiste ancora oggi, nell’era della comunicazione virtuale, nell’era della digitalizzazione e dell’immaterialità, un confine preciso tra quanto conosciuto e quanto, nonostante tutto resta sconosciuto e lontano. Il Festival di Pesaro ci ha abituato, in questo lungo percorso, a farci guardare, per l’appunto, proprio quest’altra faccia della medaglia. Una lunga esperienza ha guidato e continua a guidare questa ricerca, sempre orientata non a stupire, non a creare un grande e laccato evento da rotocalco patinato, quanto piuttosto, un assiduo pedinamento del cinema la dove si manifesta con maggiore forza, efficacia e novità. Dentro queste coordinate, che oggi potrebbero apparire demodé, visto che tutto sembra essere conosciuto, tutto sembra essere a portata di mano, sta la preziosa essenza di un festival come quello di Pesaro. Una manifestazione che fa del compendio culturale che offre, il vero evento da celebrare, senza etichette e senza trombe del giudizio che annuncino la verità.

Da queste premesse anche quest’anno il Festival pesarese si presenta con ottime referenze, pur dentro la bufera economica che ormai è patologia cronica delle manifestazioni che non godono del rimbombo mediatico e soprattutto dell’eco televisiva. Il suo biglietto da visita quest’anno è costituito dalla Nueva ola Chilena, alla “meglio gioventù” sperimentale italiana e in prosieguo del corposo lavoro svolto sul cinema russo, quest’anno l’animazione al femminile completerà un impegnativo, ma proficuo tragitto triennale. Tutto ciò senza dimenticare il Concorso, storicamente legato alla centrale figura di Lino Miccichè, il Cinema in Piazza e quest’anno anche un workshop con il regista Daniele Gaglianone.

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Tra le attese maggiori la personale dedicata a Sebastián Lelio con il pluripremiato La sagrada famiglia. Della personale fanno parte anche Navidad, un film del 2009, El a?o del tigre del 2011 e in anteprima italiana Gloria, già acquisito dai listini Lucky red, la cui uscita nella sale italiane è prevista per l’autunno prossimo.

Ma ci saranno anche i film del compianto Raul Ruiz, di Alejandro Jodorwski, di Miguel Littin, di Patricio Guzmán e poi ancora, dei più giovani Pablo Larrain, Fernando Lavanderos, Matìas Bize, Alejandro Fernandez Almendras, Andrés Wood, Cristián Jiménez, Sebastian Silva, Alicia Sherson, Fernando Guzzoni, Jose Luis Torres Leiva. Tutto a testimonianza della forte vitalità del nuovissimo cinema cileno.

Il diffuso sperimentalismo, che spesso trova spazio solo sulla rete, una certa vivacità che si esprime attraverso una nuova sensibilità verso il cinema di non fiction, costituiscono la marcata opposizione dei filmaker italiani nei confronti delle canoniche retti distributive. Il tentativo del festival quest’anno è quello di condurre un’indagine sullo stato di questo cinema italiano. Un cinema che porta con se un nuovo immaginario che sarà visibile attraverso l’eterogenea selezione di circa lavori che, pur diversissimi tra loro, sono caratterizzati da una notevole forza innovatrice o, comunque, avanguardistica. Una ricca compagine di opere arricchirà le proiezioni pesaresi

E sarà quindi proficua l’occasione per vedere o rivedere film come Terramatta (2012)di Costanza Quatriglio, fresco di Nastro d’argento; La memoria dei cani, 2006, di Simone Massi, Il silenzio di Pelešjan, 2011, di Pietro Marcello, Amore carne, 2011, di Pippo Delbono, Beket, 2008 di Davide Manuli, i ritratti fotografici di Giovanni Baresi con Identità (non più) nascoste (2004), il mesh-up disturbante di Danilo Torre con Magic Fantasy Light (2008), il viaggio nel “Purgatorio delle ciminiere” di un’area dismessa, emblema di un Sud mai redento in Miserere (2004) di Antonello Matarazzo, lo studio dello spazio naturale fra documento scientifico e astrazione lirica di Mirco Santi con Lido (2000-2003), il progetto “scolastico” e cross-mediale di Andrea Caccia con Vedozero (2010).  Molte altre le opere che numerose daranno la misura di questo cinema così silenzioso, ma così vivace e ricco di spunti autoriali. Pesaro, sotto questo profilo, si dimostra, ancora una volta un festival che indaga con arguzia e anticipazione, sulle nuove prospettive che formano la visione del cinema.

La sezione del Concorso sarà aperta da Halley del messicano Sebastian Hofman, seguiranno Myra Fornay con My dog killer già premiato a Rotterdam, la documentarista rumena Alexandra Gulea che porta in Concorso la sua prima opera di finzione dal titolo Matei Child Minder, quindi Maryam Najafi regista iraniana che popone il suo Kayan. Due le opere che rappresentano l’Italia: la seconda regia di Stefano Tummolini con L’estate sta finendo e l’esordio di Fabiana Sargentini con Non lo so ancora scritto a quattro mani con il critico Morando Morandini. Per chiudere il programma del concorso un film cileno Paese protagonista di questa edizione del festival: La chupilca del diablo di Ignacio Rodriguez, storia di un uomo che vicino alla fine della sua vita si riconcilia con la famiglia. Si comincia da oggi.