#Pesaro55 – Suleiman mountain, di Elizaveta Stišhova

Con le latitudini cambiano i costumi, non la natura degli uomini. Incastrato tra la Cina e l’immenso Kazakistan, il Kirghizistan è oggi uno dei tanti stati confederati che la madre Russia proteggeva durante gli anni di quella unità territoriale che il regime assicurava e in cui i territori erano province piuttosto che autonomie statali. Un Paese aspro fatto di catene montuose che si aprono verso la via della seta e l’Asia più estrema. In questo luogo, in cui solo i forti temperamenti si adattano ad una condizione di oggettiva difficoltà esistenziale, la moscovita Elizaveta Stišhova ambienta il suo itinerante dramma familiare che ruota attorno al desiderio, valido ad ogni latitudine, di avere una famiglia che possa diventare il baricentro della propria quotidianità.
Karabas vive di piccoli commerci e di altrettante miserevoli truffe e viaggia con un vecchio mezzo comprato nella DDR ormai in un lontanissimo passato e che egli crede ancora esista. Karabas ha due mogli: Zhipara la prima, che aiuta la famiglia con la sue attività finto sciamaniche e una più giovane, Turganbyubyu, mal sopportata dalla prima e che malissimo sopporta Zhipara, che aspetta un figlio. Di mezzo c’è anche Uluk il figlio che Zhipara con alcuni stratagemmi ha recuperato in un orfanotrofio spacciandolo per proprio e che gli ricorda, anche per il nome, un figlio misteriosamente scomparso. Tra le montagne e i piccoli rancori si consuma la vita di questa composita famiglia e soprattutto il dramma che lascia da soli i personaggi.
Sarà proprio la durezza dello sfondo naturale, ostico e greve a dare anche forma ai caratteri dei personaggi ed è originale come in un film in cui è alto il tasso di drammaticità, tutto sembra doversi risolvere con una specie di cieca obbedienza alle leggi non scritte e dettate dalla natura. La vita e la morte diventano eventi neppure così eccezionali e tutto si regge sulla forza dei caratteri pronti ad affrontare queste asperità come quelle delle montagne dentro le quali le loro vite sono immerse. Cinema narrativo e antropologico quello che ci propone Elizaveta Stišhova, ospitata qui a Pesaro nella sezione degli Sguardi femminili russi, in cui, come sempre sono proprie i personaggi femminili a primeggiare, determinando il corso degli eventi. Qui è Zhipara il personaggio cardine della vicenda è lei che si inventa il figlio, è lei che sa utilizzare le armi materne per legare a se quel ragazzino che dal canto suo sente forte il bisogno di una madre; è ancora lei a mettere in atto ogni strategia possibile – pur non avendo più dalla sua l’avvenenza della gioventù – per legare a se il volubile Karabas, uomo senza spina dorsale che soffre della sottomissione psicologica nei confronti della prima moglie e alla quale si ribella con la stupida violenza unica arma di cui dispone. Ma Karabas sa bene che senza Zhipara la sua vita sarebbe priva di senso e l’esito del film ne conferma gli assunti. L’abbandono muscolare di Zhipara si risolve per Karabas nella ricerca affannosa di lei e nel ritorno sui propri passi quando la giovane seconda moglie accusa un grave malore per la gravidanza. Sarà proprio la definitiva scomparsa di Zhipara ad annientare il debole Karabas che tornerà dal piccolo Uluk riconoscendogli la condizione di figlio, ma soprattutto legittimando il profondo legame con Zhipara di cui solo Uluk può essere testimone.
Suleiman mountain, il cui titolo fa riferimento alla montagna benefica in cui si crede che attraverso la preghiera si possano avverare i desideri, sollevando gli uomini dalle pene quotidiane, raccoglie in se temi e sentimenti universali declinandoli dentro una cultura ancora arcaica, come arcaici sono i rapporti che si legano con le persone e con i luoghi. Un altrettanto ancestrale legame con una tradizione familiare impenetrabile, come tutto il resto, refrattaria a qualsiasi modernità di pensiero e di convivenza, domina quasi segretamente il racconto. La regista sa fare emergere queste debolezze ed è efficace il suo modo di raccontare nel quale lo scenario naturale diventa imprescindibile per connaturare il profilo dei propri personaggi. In questo scenario narrativo sarà proprio l’asperità di quel monte che dovrebbe realizzare i desideri e alleviare le pene a dare la morte a Zhipara. Per queste ragioni non pare possibile separare gli scenari naturali in cui si svolge la vicenda da quelli sentimentali che la animano ed è per questi motivi che la regista russa sembra si affidi ad un cinema di ricerca antropologica con tratti di originale tocco, mai così accentuati ed efficaci nella soluzione drammaturgica che assumono. Le forme espressive, in fondo, sono quelle consuete del melodramma, la dove sono proprio i sentimenti, forti, non negoziabili, non rinunciabili a fare da contrappunto alle asperità naturali, così come l’angusto spazio domestico in cui si svolge gran parte della storia, quello del vecchio mezzo che diventa al bisogno una specie di roulotte oppure una stalla per le pecore da vendere, si contrappone agli sterminati scenari naturali di un Paese immenso. In questa congerie di sentimenti e tra la forza carsica di Zhipara, la debolezza mascherata da vigore maschile di Karabas e l’incapacità di Turganbyubyu che sa affidarsi solo alle sue armi seduttive per tenere a se l’uomo, il piccolo Uluk che guarda al futuro, sembra ritrovarsi sulle spalle il peso e la responsabilità di una diversa e quanto mai necessaria nuova sensibilità. Il suo sguardo dritto e carico di un maturato ammonimento che il ragazzino rivolge al padre – che lo ha finalmente accettato – e immobilizzato nel fermo immagine finale, sembra riaprire i giochi tra i personaggi e riconoscere al futuro il vantaggio sul presente.

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