Pesaro60. Il gioco e il conflitto

Gioco e conflitto sono due concetti che confluiscono. Un ampio sguardo al concorso sperimentale della 60ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro

--------------------------------------------------------------
CORSO ESTIVO DI CRITICA CINEMATOGRAFICA DAL 15 LUGLIO

--------------------------------------------------------------

(…) i due concetti di gioco e lotta spesso sembrano veramente confluire e confondersi.
Johan Huizinga in Homo Ludens (1938)

La concordia nella discordia è possibile”. Queste le parole di Raffaele Meale che sul palco del Teatro Sperimentale presentava, insieme ai selezionatori Cecilia Ermini, Paola Cassano, Stefano Miraglia e Federico Rossin, la selezione del concorso internazionale della 60ª Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro (qui tutti i premi). Proprio per questo, il pubblico è avvisato: ci saranno dei salti, delle frizioni, dei contrasti tra le opere in concorso. Le luci si spengono. Ancora non è apparso niente da quella strana luminescenza che è lo schermo nero, che si prepara ad accogliere la radiazione di fondo di un universo culturale in espansione. C’è un rimasuglio di chiacchiericcio a cui non viene concesso di posarsi da sé, pugnalato da uno Shhhhh! Cala il silenzio. Il blu di una superficie acquatica riempie lo schermo. La voce di una bambina canta in sottofondo.

--------------------------------------------------------------
CORSO DI PRODUZIONE E DISTRIBUZIONE CINEMATOGRAFICA: ONLINE DAL 15 LUGLIO

--------------------------------------------------------------

Nella scorsa edizione del festival, era percepibile una voglia di ritorno alle origini, al grado zero. Non solo per quanto riguarda il film vincitore, Broken View di Hannes Verhoustraete, una straordinaria carrellata di immagini realizzate in Congo dagli occupanti belgi e riattualizzate in chiave post-coloniale. Sensitivity in low light conditions di Stefan Kruge Jørgensen sembrava aprire un passaggio essenziale: un’inquadratura fissa di un falco che consuma la sua preda al tramonto, appollaiato su un albero. La luce, però, si abbassa e l’immagine perde di definizione fino a discendere nell’astratto. Ecco, il concorso 2024 sembra esser sbucato al di là della soglia. Lo vediamo già dalla sigla d’apertura di Gianluigi Toccafondo: un conto alla rovescia che risveglia icone, che si mescolano, si fondono e confondono, giocano nella “giostra del cinema”.

----------------------------
UNICINEMA QUADRIENNALE:SCARICA LA GUIDA COMPLETA!

----------------------------

Non sembra un caso che la prima opera proiettata sia proprio Radiance (menzione speciale della Giuria Giovani), i cui autodichiarati soggetti esplorati dal regista Shuhei Hatano sono la figlia e i fiori. Quando si conclude il flusso di immagini per lo più naturali, montate con il furore di un bambino che rompe lo sguardo dello spettatore per conoscerne meglio il funzionamento (in un’eco con Blackout di Martin Arnold, che smonta moltiplica isola i livelli dell’animazione fino ad astrarli). I titoli di coda sono scritti con un pennarello su dei semplici quadrati di carta. “A film by Shuhei Hatano”. Una mano entra in campo e cancella alcune lettere: “Handmade by Shuhei Hatano”.

Innervata nelle opere del concorso c’è una rinnovata attenzione verso il gesto creativo, che passa dalle panoramiche con cui vengono ripresi i prelievi di sangue in Farsi seme di Anna Marziano fino alle mani che plasmano la creta in un laboratorio artigianale in Cada Gesto di Valentina Alvarado Matos. Le mani toccano anche direttamente la sostanza filmica: sono molte le opere sono girate in pellicola e montate a mano, in un processo artigianale. L’apice è, nella sua apparente semplicità, Les Horizons di Antoine Ledroite: copia unica di 9’ orizzonti marittimi girati in Super8, vibranti come i colori di un quadro di Mark Rothko. Sono comunque numerose le manifestazioni di questo gioco che coinvolge la mano, l’occhio e la materia filmica. Come il divertente e divertito gioco di specchi di Ojitos Mentirosos di Elena Duque, dove la menzogna si traveste da verità, in una serie di vedute della città e quadretti familiari che si rivelano tutt’altro.

A Fidai Film

Riprendiamo per un attimo, però, la citazione in apertura. In Homo Ludens, lo storico olandese Johan Huizinga (4 anni prima di essere imprigionato dai nazisti) analizza la società sub specie ludi, ipotizzando che il gioco sia una pratica pre-culturale e onnipervasiva. Il gioco per Huizinga è un esercizio espansivo dello spirito, in grado di proiettare la vita oltre i suoi confini e alle condizioni materiali. A Fidai Film di Kamal Aljafari recupera e manipola ciò che rimane dell’archivio dell’OLP che Israele ha cercato in ogni modo di distruggere. Il film diventa un atto di vitalità scintillante, restituendo a un intero popolo la possibilità di giocare con la propria memoria, con le proprie immagini, col tempo che, fissato su pellicola, rimane.

Come appare una vittoria?” si sono invece chiesti Ben Russell e Guillaume Cailleau nel raccontare la quotidianità della ZAD, comunità anarchica francese, che ha occupato una zona agricola impedendo la costruzione di un aeroporto. Preparare delle pagnotte, piantare dei semi, stampare dei manifesti: tutto quello che si trova davanti alla macchina da presa di Direct Action ha il sentore del gioco. Non facciamoci traviare dal senso comune che vorrebbe il gioco come qualcosa di opposto alla serietà, al contrario: nel gioco non è ammesso scetticismo riguardo alle regole. È forse per la paura di aderire alle regole di giochi altrui, che Russell e Cailleau ripiegano nell’asciuttezza più assoluta?

Slow shift

Quando non è più possibile giocare, la vita si appresta al capolinea. Il corto vincitore del Premio della Giuria Internazionale, Slow Shift di Shambhavi Kaul, sembra ragionare proprio su questo. A Hampi, in India, tra le rovine scavate nella roccia di antichi regni ormai dimenticati, vivono delle scimmie. Il tempo per loro scorre placido, le pietre sulle quali si arrampicano hanno un che di alieno. Sembrano in tranquilla attesa del tramonto definitivo delle espressioni familiari e perturbanti che si possono scorgere nei loro volti. Ogni tanto, però, uno stacco ci mostra delle frane, realizzate con l’ausilio di modellini. Un singulto, una piccola ribellione a una condanna senza appello che attende la sua esecuzione.

Ci aveva avvisato il bambino di The Wind is Taking Them di Ann Caroline Renninger, mentre si dondolava sull’altalena: “La storia umana non andrà avanti per sempre”. Nello straordinario cortometraggio, un’anziana geologa snocciola alcuni dati: la terra ha 4,6 miliardi di anni, le rocce esistono da circa 2 miliardi di anni e la loro mutazione, lenta e inesorabile, continua invisibile, al di là delle nostre scale temporali. Un guizzo della fantasia, però, le fa chiedere un giorno: come visualizzare tutto questo in termini umani? Prende quindi un rotolo di carta per scontrini. Un centimetro equivale a cento anni. Il foglio comincia a srotolarsi davanti alla macchina da presa e appare una scritta: 460 km alla formazione della Terra; 200 km alla formazione della granite… 12 metri contengono tutta la storia umana, che vediamo scorrere interamente. Uno stacco di montaggio ci porta in un prato, dove il bambino dell’altalena ora sta danzando.

Sì, è vero: finiremo. Comunque, fino ad allora continueremo a giocare.

----------------------------
SCUOLA DI CINEMA TRIENNALE: SCARICA LA GUIDA COMPLETA!

----------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative


    Scrivi un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *