#PesaroFF54 – Reality’s Invisible, di Robert Fulton

Il Carpenter Center for the Visual Arts di Cambridge, Massachusetts, è l’unico edificio progettato da Le Corbusier negli Stati Uniti ed è un altro esempio dei suoi celebri cinque punti per una nuova architettura. Con quei pilotis, i pilastri sottili che elevano e “danno aria” alla costruzione, il tetto giardino che rifiuta gli spioventi, la pianta libera, la finestra a nastro, la facciata libera. La struttura nasce dalla congiunzione tra la “brutalità” del cemento e la leggerezza del disegno, come se la materia venisse smolecolarizzata dalla dinamicità della composizione, dalla libertà nella giustapposizione dei piani e nell’articolazione delle masse. Progettato alla fine degli anni ’50, in collaborazione con l’architetto cileno Guillermo Jullian de la Fuente, messo a punto nello studio di Josep Lluís Sert, il Carpenter Center fu completato tra il 1962 e il 1963. Qualche anno dopo, nel 71, le attività dell’istituto vengono raccontate in un film. A girarlo è Robert E. Fulton III, figura singolare nel panorama della sperimentazione visiva americana: operatore e cinematographer pluripremiato, assiduo collaboratore di documentaristi, appassionato di volo ed esperto di riprese aeree, muore nel 2002 proprio in un incidente di volo, cadendo col suo Cessna tra le campagne della Pennsylvania.

Nell’approcciarsi al Carpenter Center, Fulton sembra quasi voler trovare la forma più consona e conforme al luogo, riprendendo e rielaborando i cinque punti di Le Corbusier. Perché i suoi esperimenti fotografici e di montaggio sventrano la struttura apparentemente compatta del documentario in un’invenzione visiva continua, in un sistema liberissimo di aperture e connessioni. Il béton brut della realtà si sbriciola nella miriade di frame/frammenti montati a ritmo vorticoso, perde di colpo massa e volume nella frenesia delle sovrimpressioni e delle sovraesposizioni, delle foto in controluce, delle immagini che scoprono altre relazioni spaziotemporali. Il dato si trasforma, si muove dalla sua staticità ottusa nel trattamento cromatico del 16mm che altera i colori delle cose, cambia velocità nel ralenti e negli scatti di fotogramma, mentre le linee di contorno si confondono nel groviglio dei mascherini, dei filtri e degli split screen, nell’andamento dinamico, obliquo e circolare, delle angolazioni e dei movimenti di macchina, nell’animazione dei disegni che graffiano la pellicola. La materia grezza del documentario rimane a livello base, fondamentale: le interviste, le testimonianze, il lavoro di insegnanti e docenti. Ma di questa materia Fulton riscopre la verità avanguardista e porta in evidenza tutte le possibilità formali ed espressive nascoste, proprio come se stesse giocando di pilotis, finestre a nastro, piani e facciate libere. Sì, la realtà è invisibile, dice qualcuno durante il film. Non solo e non tanto nel senso che il reale oppone il suo corpo opaco alla capacità di penetrazione dell’immagine, destinata quindi a mancare il bersaglio. Ma nel senso, forse più suggestivo, che la realtà è anche l’invisibile, comprende l’angolo nascosto al buio, l’intercapedine sepolta tra i piani in evidenza, l’ombra sulla parete e sul selciato, l’orma nella sabbia, tutto ciò che è destinato a passare, sepolto o inosservato, il senso non immediato, l’idea, lo stato aereo e gassoso, la deviazione fantastica e l’ipotesi astratta. Come in magico equilibrio tra l’informale e il realismo, Fulton smarca le cose dalla loro sostanza e dal loro peso, ma il suo trattamento sulla superficie dell’immagine è capace di inquadrare ancora la loro pelle, di rendere ancora la grana e lo spessore dei materiali, di farsi legno, plastica, vetro, gesso, pellicola, carta, metallo, cemento. Duplice accezione di un’arte concreta… Ma soprattutto Fulton sa inquadrare i volti, sa incontrare e raccontare le persone che condividono lo spazio del Carpenter Center. In questo senso, come giustamente nota Federico Rossin, il curatore della retrospettiva sul ’68 a Pesaro, qui si parla di lavoro collettivo, di un annullamento delle distanze tra maestri e allievi, di un sapere disseminato dove ogni persona, oggetto, riflesso è in grado di dire la propria, di contribuire all’insieme, come uno strumento di quella partitura jazz che accompagna il film. Ma ancor più, rivisto a oltre 40 anni di distanza, Reality’s Invisible, con le sue accelerazioni di montaggio, le sue distorsioni visive e sonore, sembra riecheggiare la sinfonia di una grande città di Walter Ruttmann (non a caso autore di incredibili opus astratti), seppur riaggiornata a un caos percettivo più che mai odierno, alle mille traiettorie di un mondo in costante mutamento e quindi sempre in passaggio dal potenziale all’attuale, dal virtuale alla realizzazione, dal progetto alla messa in opera. Fino a quell’incredibile finale in cui le frasi dei protagonisti si smembrano in singole parole chiave, che formano un’ipotetica tag cloud della creatività moderna. A partire dall’asfalto e dal cemento, Fulton apre le porte delle connessioni e scopre la compresenza e la simultaneità. Dei gesti, delle lingue, degli atti. Forse l’unico modo di raccontare possibile, oggi…

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