#PesaroFF57 – Incontro con Luca Ferri e Lynne Sachs

Il regista bergamasco è in concorso con un film dedicato alla monumentale Tomba Brion dell’architetto Carlo Scarpa, in selezione anche l’opera della regista americana Lynne Sachs

“Il postmoderno è il male, è tradire tutte le voci che ci sono state prima di te, è fare un frullato senza metterci nulla di personale”. A Luca Ferri piace provocare, non c’è dubbio. In concorso con il corto di tredici minuti Mille Cipressi il regista ne ha spiegato la genesi e la realizzazione, discutendo anche il rapporto tra classicità e modernità. “Quando sono andato alla Tomba Brion per la prima volta non avevo davanti a me un’architettura definita e infatti non sono riuscito a raccoglierla tutta all’interno del film” ha affermato Ferri riguardo alla monumentale costruzione dell’architetto veneziano Carlo Scarpa, situata nel cimitero di San Vito, in provincia di Treviso. Il corto è scandito da una voce femminile, quella di Assila Cherfi, già presente in Colombi: “Volevo che le parole si staccassero dall’ “uomo Scarpa”, usando una voce femminile volevo entrare in un territorio di non emulazione, portare il testo ad un altro livello”.

“Una delle cose che condivido di più di quel discorso di Scarpa è la critica a tutto ciò che non si inserisce nel classico. Ci trovo molto della mia visione, secondo me non esiste il nuovo, non esiste lo sperimentalismo. Esiste solo la possibilità di entrare in un canone classico con un proprio stile.” Ferri non ha usato mezzi termini per descrivere quella che è la sua idea di cinema, un cinema (anzi, un’arte in generale) che deve per forza fare i conti con ciò che l’ha preceduto: “Bisogna essere consapevoli del passato, parola che in questa contemporaneità sembra essere una parola morta”. Secondo il cineasta il pensiero di Scarpa è lucido e teorico e la sua architettura ne riflette le conseguenze e in questo senso lui si trova molto vicino a questo approccio.

L’architettura però è un elemento che necessita di tempo per essere compresa e ammirata, a questo proposito il regista si è dichiarato stupito di aver visto un giorno un gruppo rimasto dentro la Tomba Brion soltanto 15 minuti. “L’ho trovata una cosa assurda, per l’arte ci vuole tempo. Io stesso avendo fatto questo film sento di essere stato poco rispettoso di un luogo che meriterebbe ancor più tempo. Questo mordi e fuggi della cultura non va bene.” Parlando del suo cinema, Ferri ha concluso: “Credo che in tutti i miei film ci sia il comico, non l’ironico. Nel cinema serio e impegnato, il comico è sempre pornografico, sembra sempre che la risata, soprattutto la risata grassa, ti svilisca. Basti pensare al cinema sperimentale, a quanto si prendono sul serio certi autori. Il cinema sperimentale aderisce al genere e per me è una cosa riprovevole.”

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L’incontro è stato concluso da un’altra protagonista del concorso di quest’anno, Lynne Sachs, con il suo Film About a Father Who. Un film intimo e personale su un’importante figura paterna, influenzato da Film About a Woman Who, della cineasta e coreografa Yvonne Reiner. “Questo film vuole essere un tentativo di capire cosa significhi provare ad essere un uomo oggi, mettendoci da un lato la rabbia e da un lato il perdono” ha affermato Sachs, la quale ha anche spiegato come per lei la riflessione sul rapporto genitori-figli sia una costante della sua vita. “C’erano aspetti della mia famiglia che volevo indagare, nonostante dentro di me ci fosse un senso di ambivalenza e vergogna, c’era un disagio che andava analizzato. Ho permesso a me stessa di essere vulnerabile in due sensi: la forma e il contenuto. Guardando i miei girati degli anni ’80 ho pensato che fossero orrendi confrontandoli con le immagini pulite in alta definizione. Però da un lato ci si è stancati delle immagini pulite e sono contenta di aver abbracciato questo lavoro.”

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