Peter Falk, Undisputed

Peter FalkLo sappiamo bene. Peter Falk è stato uno degli attori più completi e consapevoli della sua generazione, uno dei volti più riconoscibili e incisivi del cinema americano a cavallo degli ’70. A dispetto delle mille difficoltà affrontate nella vita e nella carriera, soprattutto per il suo celebre occhio di vetro (si narra che quando andò a tentare un provino alla Columbia Pictures, il boss della major Harry Cohn ebbe a dire: “per lo stesso prezzo, posso avere un attore con due occhi”). A dispetto del suo fisico minuto ed esplosivo, di quel volto segnato e indimenticabile, che sembravano condannarlo a ruoli di comprimario in commedie o gangster movie. A dispetto anche del suo personaggio più noto al grande pubblico, quel Tenente Colombo dall’impermeabile fin troppo stretto per trattenere tutta la complessità di una recitazione controllata, eppure capace di intense e minime sfumature.
Nato a New York il 16 settembre 1927, Falk viene da una famiglia di tradizione ebraica. Il padre, Michael Peter, commerciante di abbigliamento, e la madre, Madeline Hochhauser sono entrambi originari dell’Est Europa. Di famiglia russa il primo, originaria della Polonia la seconda. L’infanzia di Peter Jr è segnata da un grave tumore, che, a soli tre anni, gli costa il bulbo oculare destro. Gli anni degli studi sono densi di attività e interessi. Il giovane Peter si avvicina al mondo dello spettacolo, dedicandosi al teatro nei campi estivi, ed è una promessa dello sport, baseball e basket in particolare. Al diploma, nel 1945, tenta di arruolarsi per raggiungere le truppe impegnate nella Seconda Guerra Mondiale. Ma, a causa dell’occhio di vetro, viene riformato. Entra perciò nella Marina Mercantile degli Stati Uniti, dove per qualche mese presta servizio come cuoco. Al ritorno in patria, s’iscrive alla New School for Social Research di New York, dove si laurea in letteratura e scienze politiche e poi consegue il Master della Pubblica Amministrazione alla Syracuse University. Dopo alcune vicissitudini e un vano tentativo di entrare nella CIA, Falk comincia a lavorare ad Hartford presso il Connecticut State Budget Bureau. E’ in questo periodo che prende a dedicarsi regolarmente alla recitazione, frequentando gruppi e corsi teatrali, tra cui quelli tenuti dalla celebre Eva Le Galliene, che pensa bene di segnalarlo a un agente teatrale di New York. E’ l’occasione della vita: Peter, intorno ai trent’anni, lascia il lavoro e si trasferisce nella Grande Mela per tentare la fortuna come attore. Dopo qualche interpretazione nelle produzioni Off-Broadway e qualche lavoro televisivo, maritiprova con il cinema. Molti ostacoli, dovuti al suo difetto fisico, provini andati male, agenti pessimisti. Ma Falk non demorde e nel 1958 fa il suo esordio sul grande schermo, con una piccola parte in Wind Across the Everglades (in italiano Il Paradiso dei barbari), straordinario, misconosciuto, delirante e malato film di Nicholas Ray, girato tra le paludi della Florida. E’ un segno: cominciare sotto l’egida di Nicholas Ray già preannuncia quella che sarà la carriera di Falk, destinato a diventare uno degli interpreti principali del cinema americano più eretico, insofferente dei limiti e degli schemi dei codici linguistici e degli apparati produttivi dominanti. Ma il percorso è ancora lungo. Due anni dopo, nel 1960, un’altra piccola parte in Sparate a vista di Herbert J. Leder, storia di Pretty Boy Floyd, uno dei nemici pubblici degli anni ’30, e poi un ruolo più importante in Sindacato assassini (Murder, Inc.) di Stuart Rosenberg (sostituito da Burt Balaban), che vale a Falk la prima nomination all’Oscar. Un punto di svolta, subito confermato, l’anno seguente, dalla seconda nomination per il ruolo di Joy Boy in Angeli con la pistola, ultimo film di Frank Capra. Ormai la strada di Falk sembra segnata: l’attenzione per l’Academy pare imprigionarlo nei panni caratterista, nonché confermare la sua naturale vocazione per il comico, che culminerà qualche anno dopo in Questo pazzo, pazzo, pazzo, pazzo mondo di Stanley Kramer (1963) e soprattutto ne La grande corsa di Blake Edwards (1965), in cui Falk è indimenticabile nei panni dell’aiutante dell’oscuro e infido Professor Fate interpretato da Jack Lemmon. Intanto, continuano le apparizioni televisive, finché nel 1968 non arriva l’occasione di vestire i panni del protagonista nella fortunata serie Colombo, successo planetario, che nell’immaginario collettivo lega indissolubilmente Peter Falk alle movenze e ai tic del suo personaggio. Ma il cinema è (ancora) un’altra cosa, terreno di scontri, inquietudini indomabili, scommesse non rinviabili. Nel 1969 è in Ardenne ’44: un inferno, potente film antimilitarista diretto da Sydney Pollack. E l’anno successivo è al fianco di John Cassavetes e Ben Gazzara nell’immenso Mariti. E’ l’affermazione definitiva di quell’idea cassavetesiana di cinema come perdita di tempo, come tentativo (vano?) di una vitale digressione da una linea di racconto data, da un programma stabilito, dalla progressione il cielo sopra berlinofinalistica e utilitaristica del tempo (e dei fotogrammi) che scorre sino alla morte. Digressione attuabile solo attraverso la performance attoriale, protratta fino all’intollerabile, fino alla messa in gioco di qualcosa che non sia più solo tecnica e abilità, una vena più profonda che travalichi i limiti della recitazione e trasformi la rappresentazione in qualcosa di più simile alla vita. Nella messa in pratica di questo ‘metodo’ Cassavetes, Peter Falk mostra di essere perfettamente a suo agio, perfettamente (poco) funzionale, forse anche più di Ben Gazzara (peraltro straordinario), sempre in qualche modo legato allo stereotipo fisico del primattore. E così, quattro anni dopo, Falk è protagonista, al fianco di una Gena Rowlands mozzafiato, di un altro capolavoro di Cassavetes, Una moglie (A Woman Under the Influence). Se la Rowlands è a dir poco inarrivabile, Peter Falk è comunque straordinario nel disegnare e forzare le gabbie di un personaggio in lotta contro la moglie e contro se stesso, i suoi e i nostri limiti, tutte le riserve di un pensiero stereotipato. Ormai il nome di Falk è indissolubilmente legato a quello di Cassavetes. I due saranno i protagonisti di Mikey e Nicky, film cassavetesiano di Elaine May, estenuante détournement notturno, regolamento di conti tra gangster e amici. E poi nel ’77, Falk comparirà brevemente ne La sera della prima e nell’86 sarà protagonista, al fianco di Alan Arkin (come già in Una strana coppia di suoceri, 1979, di Arthur Hiller), dell’ultimo (spurio) film di Cassavetes, Il grande imbroglio. Si afferma, proprio a partire dalla collaborazione con Cassavetes, un duplice percorso della carriera di Peter Falk, che sembra abbracciare quasi una doppia visione: quella normale, dritta, tranquilla del suo occhio naturale e vivo, quella sghemba, folle, tutta interna e magica del suo occhio di vetro. Ecco: se da un lato Falk continuerà a sfruttare intelligentemente la fortuna commerciale del personaggio di Colombo e di tutti gli stereotipi connessi (ad esempio Cookie di Susan Seidfield), dall’altro cercherà sempre di ritagliarsi degli spazi e dei ruoli più personali accanto ad alcuni dei registi più inclassificabili e solitari del cinema americano degli ultimi decenni. Così nel 1978 è in Pollice da scasso (The Brink’s Job), titolo anomalo nella carriera già fuori schema di William Friedkin, un’irriverente e sregolata ricostruzione della celeberrima Great Brink’s Robbery, la rapina del secolo del 17 gennaio del 1950. Nel 1981 è il protagonista del dolente e magnifico California Dolls (…All the Marbles), film testamento di Robert Aldrich, l’ultima resa dei conti con l’odiato e amato mondo dello spettacolo, in cui Peter Falk viene a essere quasi una sorta di alter ego del regista, un agente in rotta di collisione con lo show business. Sarà, poi, un ex angelo ne Il cielo sopra Berlino (1987) di Wim Wenders e nel seguito Così lontano, così vicino (1993), il nonno narratore ne La storia fantastica (1987) di Rob Reiner, apparirà ne I protagonisti (1992), di Robert Altman, nel 2000 interpreterà A Storm in the Summer, l’ultimo lavoro di Robert Wise. Fino all’ultimo grande incendio acceso negli occhi e nell’immaginario: quel fantastico ruolo di Mendy Ripstein, il vecchio boss pugilomane del magnifica Undisputed (2002) di Walter Hill. La scena in cui Falk impreca contro tutto e tutti, lavorando ancora sullo stereotipo, ma sorpassandolo da ogni lato, riassume in un sol colpo tutto il senso della sua carriera: quella rabbia calcolata, controllata, ma pur sempre esplosiva e decisiva, quell’apparente e strafottente noncuranza capace di dirigere il destino di un personaggio, di film, di un mondo, quasi standone ai margini. Va bene, Peter. Faremo tardi anche stanotte.  
 
Mariti
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Una moglie
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California Dolls
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Il cielo sopra Berlino
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Undisputed
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