Peter Fonda: the Way We Were

La morte di Peter Fonda rappresenta un’altra dolorosa perdita del movimento della Controcultura che ha caratterizzato il cinema americano di fine anni ’60. Senza quel movimento non avrebbero potuto vedere la luce la New Hollywood e cineasti innovatori come Martin Scorsese, Brian De Palma, Francis Ford Coppola, Michael Cimino, Jonathan Demme, Steven Spielberg, George Lucas, Robert Zemeckis.

Easy Rider, scritto da Peter Fonda e Dennis Hopper, rappresenta il manifesto politico e filosofico di quel periodo: il road-movie vede le scorribande di due moderni cowboys: Wyatt detto Capitan America (Peter Fonda) e Billy (Dennis Hopper) in marcia da Los Angeles verso New Orleans per il Carnevale, con le moto al posto dei cavalli. Il viaggio è un pretesto per mostrare un’ America diversa da quella del Grande Sogno, un paese spesso razzista, violento, intollerante verso il diverso. Il bisogno di libertà di Bill e Wyatt in sella alle loro moto (ricordiamo quella di Peter Fonda, la Hydra Glide del 1949  progettata e chopperizzata dallo stesso attore) si scontra inevitabilmente con i razzismi della provincia americana fino al tragico epilogo che richiama le morti dei Kennedy e di Martin Luther King. C’è un bellissimo dialogo nel film tra Billy e l’avvocato George Hanson (Jack Nicholson) che riassume questo principio di azione-reazione:

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------
----------------------------------------------------------------

-Che c’è di male nella libertà? La libertà è tutto.

---------------- inserzione pubblicitaria ---------------

---------------------------------------------------------------
-Ah sì, è vero: la libertà è tutto, d’accordo… Ma parlare di libertà ed essere liberi sono due cose diverse. Voglio dire che è difficile essere liberi quando ti comprano e ti vendono al mercato. E bada, non dire mai a nessuno che non è libero, perché allora quello si darà un gran da fare a uccidere, a massacrare, per dimostrarti che lo è. Ah, certo: ti parlano, e ti parlano, e ti riparlano di questa famosa libertà individuale; ma quando vedono un individuo veramente libero, allora hanno paura.

Il viaggio attraverso il lato oscuro dell’America è tutt’altro che facile. E la vita di Peter Fonda non è stata facile sin dagli inizi: l’infanzia è all’ombra di una figura paterna opprimente e affettivamente distante e già a dieci anni è orfano della madre che muore suicida. Il padre si risposa quasi subito e il giovane Peter la prende talmente male da spararsi un colpo nello stomaco che solo per fortunate coincidenze non risulta fatale. Molti di questi dolorosi ricordi vedranno la luce nel 1998 in una autobiografia dal titolo Don’t Tell Dad che rivela il rapporto conflittuale con il padre Henry Fonda, il legame con la sorella Jane e le problematiche della tossicodipendenza che troveranno una soluzione grazie alla presenza della figlia Bridget.

Il piccolo Peter diventa un’adolescente inquieto e ribelle poco disposto ad accettare un qualsiasi principio di autorità. Studia recitazione, frequenta l’università locale e si aggrega alla Omaha Community Playhouse che è fucina di grandi talenti. Il suo debutto cinematografico è in Il sole nella stanza (1963) di Harry Keller dove interpreta la parte di un giovane dottore sedotto dalla bontà della ragazzina Tammy. L’intensità della sua interpretazione è notata da Robert Rossen che lo vuole in Lilith. La dea dell’amore (1964). Tra il 1963 e il 1964 interpreta altri due film (I vincitori di Carl Foreman e Giovani amanti di Samuel Goldwin junior) ma il suo spirito anarcoide comincia a precedere la sua fama e molte produzioni preferiscono escluderlo dai propri progetti. Roger Corman invece lo coinvolge in due sue opere, I selvaggi (1966) dove interpreta il motociclista Heavenly Blues con i suoi Hell’s Angels e Il serpente di fuoco (1967, scritto da Jack Nicholson) che ben rappresenta l’atmosfera psichedelica e ribelle di quegli anni. Peter viene nel frattempo arrestato dalla polizia di Los Angeles per aver partecipato ad una rivolta antibellica (Sunset Trip) e attraverso i suoi racconti dell’esperienza tra la vita e la morte vissuta da bambino dà l’idea a John Lennon per la canzone dei Beatles She said she said con il verso “I know what it’s like to be dead”.

Il 1969 è l’anno del grande successo di Easy Rider che segna un punto di svolta nella storia del cinema made in USA. Nel frattempo partecipa alla seconda fallimentare opera di Dennis Hopper, Fuga da Hollywood (1971) e debutta come regista nello stesso anno con Il ritorno di Harry Collings (1971) un western malinconico dalle forti influenze altmaniane che verrà giustamente rivalutato nel tempo dalla critica. Del 1974 è il riuscito Zozza Mary Pazzo Gary  di John Hough con le spericolate gesta di Peter Fonda alla guida di una Dodge Charger del 1969 che ispireranno Quentin Tarantino per il suo Grinfhouse. A prova di morte (2007).

Dopo alcune prove interlocutorie come In corsa con il diavolo (1975) di Jack Starrett, Killer Comando (1976) di Val Guest e Futureworld. 2000 anni nel futuro (1976, il seguito de Il mondo dei robot) di Richard T. Heffron, regala un’altra mirabile interpretazione in Fighting Mad (1976) di Jonathan Demme: il suo cocciuto agricoltore Tom Hunter intraprende una lotta senza quartiere da terribile giustiziere ma pagherà comunque il suo conto con la legge. Dopo la seconda incolore regia Wanda Nevada (1979) che vede la presenza di Brooke Shields e del padre Henry, partecipa a La corsa più pazza d’America (1981) di Hal Needham nelle vesti del motociclista Wild Angels.

Nel 1988 lo troviamo a sorpresa in una produzione italiana: partecipa alla serie per la  TV Gli indifferenti per la regia di Mauro Bolognini. Dopo alcune parti in film dalle alterne fortune – The Rose Garden (1989) di Fons Rademakers, Nadja (1994) di Michael Almereyda, ), ottiene un ruolo secondario interpretando Pipeline in Fuga da Los Angeles (1996) di John Carpenter.

Ma la la vera rinascita artistica avviene con L’oro di Ulisse (1997) di Victor Nuñez: la sua interpretazione dell’apicultore Ulysses Jackson alle prese con diversi drammi familiari colpisce positivamente critica e pubblico e gli fa vincere il Golden Globe come miglior attore protagonista. Lo stato di grazia si prolunga nel riuscito L’inglese (1999) di Steven Soderbergh dove veste i panni del diabolico produttore discografico Terry Valentine e nella partecipazione a The Passion of Ayn Rand (1999) di Christopher Menaul che gli fa vincere un Golden Globe come migliore attore non protagonista in una serie televisiva. Nel decennio successivo appare, tra gli altri in Ocean’s Twelve ancora di Soderbergh e Ingannevole è il cuore più di ogni  cosa di Asia Argento, entrambi del 2004. sembra più in parte nel remake di Quel treno per Yuma (2007) di James Mangold dove interpreta il cacciatore di taglie Byron McElroy e nel film Ghost Rider (2007) di Mark Steven Johnson dove è il villain Mefistofele.

Ad una attività cinematografica che va rapidamente esaurendosi e diradandosi, contrappone una fervente attività politica che lo porta prima a sostenere il governo di Obama e scagliarsi successivamente con tweet di fuoco contro l’amministrazione di Donald Trump.Il polverone mediatico è enorme e Peter Fonda è costretto a chiedere scusa e ritrattare. Sono cambiati i tempi e adesso basta un’ esternazione su un social network per rischiare di bloccare l’uscita di un film (nel caso particolare Un viaggio stupefacente (2018) di Shana Fest con Peter Fonda in una piccola parte, particolare che permette comunque al film la distribuzione).

We blew it” dice Peter Fonda a Dennis Hopper in Easy Rider davanti a un falò malinconico. Parole profetiche, visto questi nostri tempi sbandati. In realtà l’utopia di fine anni ’60 ha mostrato nuovi strade e nuovi percorsi, dando una svolta non solo al cinema di quel tempo ma anche a movimenti progressisti e di liberazione culturale. Poi c’è stata la restaurazione, molti ragazzi si sono persi nella droga, alcuni sono finiti in prigione o sono morti nel Vietnam, qualcun altro ha preferito conformarsi al sistema e si è imborghesito. Peter Fonda rimane sulla sua Hydra Glide a fissare come un cowboy i deserti e le nuvole dei paesaggi americani, immortalato nel tempo di un sogno di libertà. Un tempo sognato che bisognava sognare.