Peterloo. Incontro con Mike Leigh

In uscita il 21 marzo, distribuito da Academy Two in circa sessanta copie, Peterloo è l’ultimo film del maestro Mike Leigh, presentato dal regista in persona stamattina alla stampa romana, dopo il passaggio in concorso alla 75ª edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Tra gli ultimi esponenti, insieme all’amico e collega Ken Loach, del cinema inglese della working class, Leigh ritorna a cinque anni di distanza da Turner con un’epopea ambiziosa e imponente (154 minuti di durata) sul massacro di Peterloo, avvenuto nel 1819 a Manchester in occasione di un raduno pro-democrazia trasformatosi in uno degli episodi più sanguinosi e tristemente noti della storia britannica.


Il discorso che ne esce fuori magari non raggiungerà la medesima portata di Novecento di Bertolucci, in primis in termini quantitativi e temporali (il racconto si consuma, in questo caso, nei quattro anni che vanno dalla battaglia di Waterloo al massacro di Peterloo, appunto), ma sicuramente ne condivide lo slancio storico e politico, nel catturare il principio di una consapevolezza democratica e di fatto l’inizio dell’età contemporanea, e soprattutto il carattere trasversale dei suoi protagonisti, nel cogliere il punto di vista di differenti ceti sociali.

L’ambizione del film si può intuire già dal suo tempo di gestazione, visto che Leigh racconta di aver iniziato a lavorarci già dal 2014. Una modalità di lavoro che lui stesso definisce “non convenzionale“, che è si sviluppata attraverso precisi passaggi, sintesi di più fattori: “documentazione, preparazione, creatività e immaginazione“. Alla prima fase, tutta personale, in cui ha raccolto discorsi e verbali del tempo (che in alcuni casi ha riportato interamente), sono seguiti sei mesi di preparazione con gli attori per riuscire a creare i personaggi, sulla base degli elementi che ho selezionato per individuarli“. Con quegli stessi attori, che per lui devono essere sempre “intelligenti” (perché ce ne sono tanti “stupidi“, afferma scherzosamente, ma per fortuna “nessuno ha mai lavorato con me“), ha lavorato direttamente sul set in diverse sessioni di improvvisazione sui luoghi del film e proprio sulla base di queste “prove filmate, è stata scritta poi la sceneggiatura. Da qui si è arrivati alle riprese effettive, durate 16 settimane, di cui 5 solo per la scena finale del massacro di Peterloo, per cui “è stato necessario fare un grande lavoro di creazione” e in cui “abbiamo subito concordato che non avremmo usato nessuna ripresa aerea“. Elemento fondamentale l’assunzione di una storica “che ha lavorato con le comparse del giorno del massacro, spiegandogli perfettamente il contesto in cui avrebbero dovuto agire, in modo tale che fossero tutti consapevoli dei loro ruoli“.

Proprio la resa dei differenti punti di vista, infatti, è alla base della sua opera ed aspetto che l’ha evidentemente preoccupato particolarmente: “certo si poteva fare un film sul giorno della strage di Peterloo ma avrebbe avuto scarso significato a mio modo di vedere. Se si vuol far coinvolgere lo spettatore, fargli comprendere tutte le dinamiche in atto che hanno portato a quel tragico evento, era necessario mostrargli tutti gli aspetti, per fargli capire questo capitolo della nostra storia“. Da qui il motivo per cui (piccolo spoiler) sui titoli di coda non si fa alcuna menzione sulla cifra delle vittime del massacro, né su quello che l’evento scatenerà in seguito in tutto il paese: “perché sono informazioni che ciascuno di voi può procurarsi, ma il nostro obiettivo era mettervi in condizioni di riflettere, su quello che comporta la democrazia, su che cos’è e su cosa ciascuno di noi può fare per preservarla“. La missione personale di Leigh, ci tiene a precisarlo, non è allora dare allo spettatore una soluzione, un messaggio fatto e finito, ma invitarlo a riflettere e trovare da solo delle soluzioni partendo dalle immagini mostrategli dal regista, come da “giusto ruolo di ciascun cineasta“.

L’evento finale degli scontri di St. Peter’s Fields a Manchester sono infatti il risultato di diverse istanze politiche, diffusesi in tutto il paese dopo la vittoriosa quanto costosa, in termini umani e soprattutto costosa, campagna di Waterloo. Come la Storia, anche il film, come anticipato, ci si sofferma a lungo, specialmente attraverso la controversa figura chiave di Henry Hunt, personaggio realmente esistito (interpretato dall’attore Rory Kinnear), un “facoltoso, con un’arte oratoria molto potente, un egocentrico pazzesco” e, allo stesso tempo, “molto moderno“. “Ma parliamo del 1819, quindi 200 anni fa, che in termini assoluti non è così tanto tempo fa. È l’inizio della modernità“, periodo scelto dichiaratamente da Leigh “per far sentire la sua prossimità con quello che abbiamo noi“.
Il collegamento più suggestivo e potente del film è indubbiamente quello con la situazione politica attuale. A tal proposito Leigh ammette come, dal 2014, in cui è partito il lavoro di documentazione, “ci siamo resi conto, giorno dopo giorno, che i temi trattati in questo film si facevano sempre più attuali. Adesso, sembrano passati molto più di 5 anni. Noi diamo per scontato i principi della democrazia, poi vediamo nel mondo eventi come la Brexit o le elezioni negli USA o quello che sta succedendo in Italia, che magari non ci fanno mettere in discussione i principi democratici, ma ci spingono a riflettere su ciò che può accadere quando la prassi democratica può andare storta“. Ed è in questo senso, quindi, che il 1819, proprio come afferma la voce della working class, non ci sembra poi così lontano.