Piccole donne, di Greta Gerwig

“È cosa ormai risaputa che uno scapolo in possesso di un vistoso patrimonio abbia bisogno soltanto una moglie. Questa verità è così radicata nella mente della maggior parte delle famiglie che, quando un giovane scapolo viene a far parte del vicinato – prima ancora di avere il più lontano sentore di quelli che possono essere i suoi sentimenti in proposito – è subito considerato come legittima proprietà di una o dell’altra delle loro figlie”. Così inizia Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen. Cinquan’anni dopo, nel 1868, dall’altro lato dell’oceano Louisa May Alcott pubblica Piccole donne. Due romanzi lontani nello spazio e nel tempo eppure molto vicini per lo spirito profondamente femminista che guida le due protagoniste, Elizabeth Benneth e Jo March, entrambe decise ad andare controcorrente, a non cedere a un destino segnato da un ricco matrimonio, come nei desideri delle loro famiglie. Assetate di conoscenza, di avventura, e disinteressate agli agi della vita mondana, il loro desiderio più profondo, ancora più che abbandonarsi all’amore coniugale è quello di trovare un posto nel mondo, di affermarsi per quello che sono e non per l’uomo che hanno al loro fianco.

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Eppure, nonostante le infinite battaglie e i movimenti per la rivendicazione dei diritti delle donne, cinquanta anni dopo Louisa May Alcott si trova a dover ribadire a gran voce il concetto. E non è detto che alla regista Greta Gerwig non tocchi lo stesso compito. Il suo Piccole donne inizia dalla fine, dall’età adulta per andare a ritroso nel passato, a scorrere l’album dei ricordi dell’infanzia, quando il mondo appare attraverso la lente calda della speranza e della spensieratezza. Le sorelle March, Jo, Meg, Amy e Beth, sono vivaci e talentuose, amanti dell’arte in tutte le sue forme, e sognano un futuro luminoso, magari a New York o nell’elegante Parigi. Jo vuole diventare scrittrice, Meg adora recitare, Amy vuole studiare pittura in europa e la piccola Beth trae nutrimento dalla musica. E vivendo d’arte e d’amore le quattro sorelle trascorrono le loro giornate giovanili, tra rappresentazioni teatrali, balli e prime infatuazioni, grazie alla presenza dell’affascinante vicino di casa Laurie, che entra a far parte del gruppo e diventa a pieno titolo uno dei protagonisti della storia, al pari delle quattro sorelle.

E andando avanti e indietro nel tempo Greta Gerwig racconta le sue piccole donne, mostrando come spesso le speranze di gloria delle donne si infrangono contro il bisogno concreto di un sostentamento, e la paura di restare soli vince anche sull’ambizione. Passato e presente si distinguono per il tono della narrazione, che segue di pari passo la tavolozza dei colori, che si riscalda nei ricordi, come capita spesso quando il tempo ammorbidisce i contorni e affievolisce il dolore, e si raffredda nel presente, quando le ragazze sono ormai diventate donne e si scontrano con i problemi dell’età adulta, in un racconto più maturo e consapevole. La Gerwig gestisce alla perfezione i due piani narrativi, bilanciando le emozioni di tutti i personaggi, a cui lascia tutto lo spazio necessario per crescere, senza che nessuno di loro risulti preponderante. Neanche Jo, che rispecchia nel temperamento e nelle ambizioni la stessa Louisa May Alcott, costretta a combattere per dimostrare il suo valore come scrittrice e la sua capacità di raccontare storie, al di là delle aspettative degli editori verso una donna, ai loro occhi capace soltanto di narrare storie d’amore con un lieto fine.

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Essere donna vuol dire molto di più che dedicarsi all’amore, e la Alcott lo grida al mondo intero in ogni pagina, con tutto il fiato che ha in gola. Questo aspetto della scrittrice, e di Jo, il suo alter ego letterario, emerge in questo adattamento cinematografico del romanzo più che in tutti gli altri. Sia la celebre trasposizione di Mervyn LeRoy del 1949, che la più recente versione del 1994 della regista Gillian Armstrong, rappresentano Jo come un personaggio ribelle e anticonvenzionale, un elemento di rottura, ma la rappresentazione che ne dà la Gerwig è quanto mai vivace e moderna, proprio per la maniera con cui lega la sua storia a doppio filo con quella della Alcott, infarcendola di riferimenti schietti alle discriminazioni di genere nel mondo della letteratura, in cui solo poche donne hanno avuto il privilegio di essere ammesse, e le scrittrici inglesi di metà Ottocento sono uno dei pochi, brillanti esempi. “Non sono un uccello: non sono impigliata in alcuna rete. Sono solo un essere umano libero, con una volontà indipendente”, fa dire Charlotte Brontë alla sua Jane Eyre in seguito alla proposta di matrimonio dell’ambiguo Mr. Rochester. Ed è questa la frase manifesto delle donne che hanno riscritto il loro ruolo in un’epoca che le voleva con l’unica ambizione di essere mogli, di studiare e affinare i talenti solo per accaparrarsi il partito più facoltoso del circondario, di tutte le Jo, le Elizabeth e le Jane che hanno combattuto per la loro indipendenza, e che continuano ad essere un esempio per tutte le donne che ancora oggi sono costrette a lottare per la libertà delle loro scelte.

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Titolo originale: Little Women
Regia: Greta Gerwig
Interpreti: Emma Watson, Saoirse Ronan, Timothée Chalamet, Florence Pugh, Eliza Scanlen, Laura Dern, Meryl Streep, Bob Odenkirk, Chris Cooper, Louis Garrel, James Norton, Abby Quinn, Tracy Letts
Distribuzione: Warner Bros. italia
Durata: 135′
Origine: USA, 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.9

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.8 (15 voti)