Pieces of a Woman, di Kornél Mundruczò

Un inverno freddo, freddissimo a Boston. Martha e Sean hanno deciso di far nascere la loro figlia in casa. Lui vuole sbrigarsi a costruire il ponte della città affinché la figlia sia la prima ad attraversarlo. Ma a volte, come dirà lui stesso, i ponti crollano senza alcuna spiegazione. Così la notte del parto una serie di imprevisti fanno in modo che la neonata muoia tra le braccia di Martha. Un film sul travaglio, fisico e interiore. Ed è un’opera che probabilmente pacerebbe ad Alfonso Cuaròn. Nascita, morte, crisi, superamento. Pieces of woman è una sorta di controcampo di Gravity, con camere da letto, discussioni familiari e aule di tribunale al posto dello spazio e delle astronavi. Dallo stile del regista messicano Mundruczò riprende anche l’idea del prologo, con la sequenza del parto girata in un unico ed elaborato piano sequenza domestico che alterna quasi in tempo reale momenti di tensione a sospensioni poetiche. Poi il dolore. Schermo nero. Titolo. E inizia un altro film, frammentato come i mesi che scorrono imperturbabili.

Non certo un’opera facile per la trasferta americana (ma la produzione è a metà tra Canada e Ungheria) dell’autore di Jupiter Moon. Come succede anche ne La stanza del figlio di Nanni Moretti, il lutto sancisce la fine di una relazione che sembrava solidissima e introduce un cambiamento in tutti i personaggi coinvolti. Martha ha bisogno di un tempo tutto suo, di un battito da sentire e ricordare, di una mela da mordere per farle ritrovare il sapore che aveva la neonata in quei pochi istanti di vita. Gli altri intorno a lei cercano giustizia e allestiscono una causa contro l’ostetrica che l’ha assistita durante il parto.

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I pezzi di una donna del titolo si riferiscono alla protagonista, ma sono anche quelli di una bambina mai nata veramente e ridotta a granelli di sabbia da lanciare dal ponte. Poi c’è Elizabeth, la madre ebrea sfuggita al ghetto, che custodisce un altro trauma e cerca disperatamente di innescare una nuova comunicazione con Martha. Forse troppa carne al fuoco nella sceneggiatura scritta da Kata Wèber, che è di fatto la coautrice del film (ma tra i produttori esecutivi compare anche Martin Scorsese). Pezzi di vita, sottotrame e tonalità difficili da sciogliere. Si passa troppo meccanicamente dalla messa in scena di un trauma, alle sue conseguenze: la crisi di coppia, l’introspezione di Martha, l’errare nevrotico di Sean, l’assurdo processo all’ostetrica. Il rischio è che nel raccontare tutte le gradazioni del dramma, si rischi di perdere l’essenza delle cose. O di considerare superfluo e posticcio (il finale con la bambina sull’albero di mele) il cuore del film. Eppure Mundruczò è uno di quei cineasti che crede in quello che filma. Non bara con lo spettatore. Riesce quasi miracolosamente a far dialogare i campi lunghi della città innevata con il gelo emotivo che i personaggi si portano dentro, dando così forma a quella risonanza più volte evocata nei dialoghi.

Qui c’è anche l’umiltà di affidarsi quasi completamente ai suoi attori, che lo ripagano con formidabile intensità. Vanessa Kirby, Shia La Beouf, Ellen Burstyn mettono in scena il dolore di un gruppo familiare in un interno come fosse un’orchestra perfettamente accordata. Ognuno di loro con i propri assoli, i corpi, le lacrime e i silenzi compongono una partitura umanista che è la colonna portante del dramma.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (1 voto)

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