“Pieta”, di Kim Ki-duk

Il “diciottesimo film di Kim Ki-duk”, come specificano i titoli di testa, è anche il secondo post-Arirang, dopo l’Amen dello scorso anno, e sembra voler rappresentare una sorta di messa in pratica narrativa di quello che si rivelava essere il credo del cineasta nel corso del sublime dialogo con la propria ombra posto all’inizio di quell’opera-testamento da isolamento forzato: “Secondo me la vita è sadismo, autotortura e masochismo. Si torturano gli altri, siamo torturati e torturiamo noi stessi. Alla fine molti si accontentano dell’autotortura… Non c’è ragione per non odiare, detestare o non capire la vita umana. Ma anche così continuiamo a dimenticarcelo e, in un’ottica miope, abbiamo bisogno di tempo per guarire dal dolore, dall’odio e per perdonare. Perché vivere è così triste e deprimente, ogni giorno?”
Kim Ki-duk realizza queste premesse immergendo il proprio film in una schiettezza formale che da un lato pare evocare la violenza disturbante degli esordi, mentre dall’altro presenta soluzioni inedite per il suo sguardo, come le zoomate repentine e una certa mobilità nervosa della mdp che nega di fatto il gusto per l’estrema pulizia estetica e ricercatezza stilistica che servivano nei suoi capolavori a sublimarne la disperazione in una eterea stilizzazione che la rendeva in qualche modo assimilabile, astratta.

Restringere la distanza dagli elementi messi in scena "sporcando" l'immagine fa però il paio con un’altra delle “nuove” ossessioni di Kim Ki-duk, che già in Arirang si mostrava magneticamente attratto dai macchinari meccanici (la macchina per il caffè smontata e rimontata con attenzione maniacale…), e che qui rinchiude buona parte del film in oscure e sudice botteghe di artigiani e operai in qualche modo “divorati” dai propri stessi dispositivi automatici, che spezzano e staccano mani, braccia, gambe…
La struttura apertamente allegorica sull’omicidio di tutta una classe della società coreana, esplicitamente dichiarata dalla sequenza in cui il protagonista guarda lo skyline della città e il quartiere di baracche di lamiera destinato a sparire per far posto agli ennesimi grattacieli, diventa il limite più pesante e asfissiante di un film malauguratamente tra i meno riusciti di Kim Ki-duk, che non riesce a far vibrare – se non nel balenio tremolante e effimero di alcuni fulgidi istanti – il rapporto tra la madre ritrovata e il protagonista.
Il film si chiude così nella formula con programmatico crescendo di angherie intollerabili e rovesciamento a sorpresa, molto familiare al cosiddetto cinema “estremo” coreano, come se il regista fosse alla ricerca di una nuova generazione di spettatori ora che il suo ritorno sulle scene pare definitivo (anche se il riferimento che ci sembra più vicino non viene dall’immaginario della Corea, ma dall’ugualmente irrisolto Dream Home di Pang Ho-Cheung, pure incentrato sulle Macchine che distrussero Hong Kong, e con una sequenza di “epifania da skyline” sostanzialmente gemella a quella di Pieta).

Ma forse la chiave per leggere l’opera risiede invece altrove, ad esempio nei destini alimentari che toccano ai numerosi animali (polli, anguille…) che attraversano il set per finire puntualmente in padella (tranne il fenomenale coniglio lasciato libero per strada in piena notte): anche questo è un altro punto centrale della filosofia di Kim Ki-duk (non a caso il primo gesto della madre è offrire un pollo catturato al ragazzo), che sempre in Arirang spende più di un monologo per riflettere sulla crudeltà del dover ammazzare altre vite per garantirsi la sopravvivenza. Con parole sue: Gli uomini si cibano di innumerevoli morti. Vertigini e cadute di Pieta son tutte qui.

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    Ho trovato il film potente e ispirato, recitato in maniera magistrale, intenso nel suo essere dolente e disperato, ma non nichilista. Per me davvero un film splendido!