Piramide di paura, di Barry Levinson

Non è per nulla raro che la rappresentazione cinematografica dei detective letterari sia spesso figlia del suo tempo, nel bene e nel male. Vedere un Poirot atletico e prestante arrampicarsi su treni in corsa avrebbe forse fatto storcere il naso alla Christie; calare Sherlock Holmes in una Londra contemporanea riadattando gli elementi peculiari del suo carattere all’ambiente è un’operazione che uno scrittore dedito all’osservazione empirica della realtà avrebbe considerato interessante. Perché c’è sempre uno smarcamento dalla fonte, vuoi per una più banale differenza di linguaggi, vuoi per la creatività da parte di registi, produttori e sceneggiatori nel rimaneggiare una materia che è entrata a far parte di un immaginario comune. Dato per scontato che siamo comunque di fronte a due prodotti indipendenti, non si può però ignorare il discorso sulla fedeltà. Su questo, Piramide di paura ci tiene a mettere in chiaro la sua posizione da subito, riportando nel cartello iniziale che “la storia a cui stiamo per assistere è originale e non basata sulle imprese di Holmes così come vengono descritte nelle opere di Conan Doyle”: a essere raccontati sono infatti gli anni adolescenziali quando, ancora al college, il brillante studente dovrà risolvere il mistero intorno a una serie di finti suicidi apparentemente non connessi, insieme alla collaborazione del suo futuro miglior amico e collega, Watson.

Pur spostando la narrazione indietro nel tempo, Chris Columbus, che di lì a qualche anno avrebbe debuttato alla regia, omaggia la figura di Holmes con una sceneggiatura che già dalle prime scene rende perfettamente riconoscibile il personaggio e il suo universo: durante l’incontro tra Holmes e l’impacciato Watson compaiono dunque il tipico berretto, la mantella, la pipa e la proverbiale logica fondata sulla deduzione, che porta Holmes a confrontarsi con un giovane ispettore Lestrade. Torniamo quindi all’origine del mito, in quello che fondamentalmente è anche un racconto di formazione: la perdita del professor Waxflatter, un caro amico per Holmes, e l’amore per Elizabeth, con il suo epilogo, saranno alla base della sua natura schiva, che sembra rifiutare qualsiasi contatto emotivo – “in tutta la mia vita ho visto Holmes piangere in sole due occasioni, questa era la prima”, dice la voce narrante di Watson. Una riflessione che era stata messa in scena elegantemente e in maniera centrale da Billy Wilder e dal suo sodale Diamond in un film che dal titolo, La vita privata di Sherlock Holmes, vuole essere un’indagine umana che butta giù qualsiasi stereotipo – cosa resta quando, alla fine, la soluzione del caso si palesa non per bocca del detective?

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In Piramide di paura il romanticismo malinconico, più adatto a un Holmes maturo, lascia spazio all’avventura e alla meraviglia che può nascere dall’immaginazione. Del resto, il nome che campeggia prima del titolo del film è quello di Steven Spielberg: dalla sua casa di produzione – la Amblin Entertainment, fondata nell’81 insieme a Kathleen Kennedy e Frank Marshall – erano stati partoriti E.T. l’extra-terrestre, i Gremlins e I Goonies, questi ultimi due sceneggiati proprio da Columbus. Creature che hanno segnato più generazioni di spettatori e che hanno contribuito a tracciare un percorso per il cinema a venire. Nonostante la regia di Levinson, non si può non attribuire la paternità del progetto a Spielberg, a quel bambino mai diventato adulto che con il suo sguardo sognante fa volare bici e macchine rudimentali di foggia davinciana. E sono tante le citazioni, così come i riferimenti più o meno volontari disseminati nel film che vanno a comporre un mosaico personale di suggestioni. Certo c’è Indiana Jones con i suoi templi maledetti e i suoi riti sacrificali; c’è quel senso per lo humour che si sposa con l’azione; ci sono l’amicizia e lo spirito di squadra; il mondo degli adolescenti che si confronta con quello degli adulti (elementi che, non a caso, ritroveremo nella saga di Harry Potter, diretta per i primi due capitoli da Columbus). Per chi scrive, poi, le contaminazioni continuano anche al di là dello steccato e del tempo.

Piramide di paura, oltre a essere stato girato in un morbido Technicolor, è uno dei primi esempi in cui fa capolino la computer grafica – realizzata tra l’altro dal team di John Lasseter – che si aggiunge agli effetti speciali tradizionali opera della Industrial Light & Magic. Ecco allora che gli oggetti inanimati che prendono le sembianze di mostri rivivranno nelle illusioni macabre di Tim Burton; il cavaliere che si stacca dalla vetrata e avanza verso il reverendo ha la stessa silhouette che avrà il terribile giudice Morton; la sequenza del cimitero, con le sue allucinazioni, ricorda l’incontro dell’avaro Scrooge con lo spirito del Natale futuro (la stessa Disney che giusto nell’86 darà alla luce la sua versione animata di Sherlock Holmes). Piramide di paura è quindi anche figlia legittima degli anni ’80 e di un modo di fare cinema genuino; magari è una sorella minore all’interno di una famiglia numerosa, sicuramente è “un tributo affettuoso e rispettoso”, come si legge nel cartello finale, al personaggio di Conan Doyle.

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Titolo originale: Young Sherlock Holmes
Regia: Barry Levinson
Interpreti: Nicholas Rowe, Alan Cox, Anthony Higgins, Sophie Ward, Susan Fleetwood, Roger Ashton-Griffiths, Freddie Jones
Durata: 109’
Origine: USA, 1985
Genere: avventura, giallo

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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