"Pirati dei Caraibi: la maledizione del forziere fantasma", di Gore Verbinski

E' "bella" ma "senz'anima" questa rivincita" (a tre anni di distanza e un miliardo di dollari già incassati in tutto il mondo) di Verbinski su sé stesso, sui Caraibi e i pirati, su cielo, terra e mare. Già noto per aver sfornato uno dei migliori horror occidentali degli ultimi anni (The Ring) e aver virato verso il cinema più "impegnato" con l'ovattato e atipico The Weather Man, in questo secondo capitolo della saga del capitano Sparrow (un Johnny Depp anti-Peter Pan truccato come Keith Richards degli Stones e piuttosto effeminato nelle movenze tanto da aver avuto qualche battibecco con alcuni pezzi grossi bacchettoni della Disney nel mezzo della lavorazione) Verbinski decide per "squadra che vince non si cambia" e continua a circondarsi dello stesso staff tecnico: fotografia di Dariusz Wolski che anche questa volta da il suo meglio nei toni chiaroscurali di ambienti inumiditi da pioggia e (dis)umani umori, sceneggiatura di Ted Elliott e Terry Rossio che di ritmo se n'intendono dopo anni nell'animazione Disney e montaggio di Craig Wood e Stephen Rivkin (s'è perso per strada solo il zemeckisiano Arthur Schmidt); il primo, fedele tecnico del regista dai tempi di The mexican, il secondo, autore dello straordinario ritmo del più bel film "aereo" della storia del cinema moderno (Stealth – Arma suprema). Unica sostituzione le musiche, firmate dal prolificissimo veterano Hans Zimmer, cariche di maestosa cineticità. Avvincente ma con una fluidità un po' stanca(nte) e meccanica che nel capostipite, vera gioia per cuore ed occhi, era totalmente assente, la pellicola del regista del Tennessee miscela, comunque, sempre sapientemente avventura, romanticismo ed horror e può contare ancora una volta su un Depp capace, da par suo, di bucare lo schermo, giocare ed inventare ritmi slapstick interni alle scene con mirabile sintesi, da grande sanguisuga attoriale, di movenze e micro-mimiche chapliniane e keatoniane.

Indubbiamente un seguito più materico, dove alla fantasmaticità conferita ai corpi dalla luna del primo capitolo si sostituisce il viscido, schiavizzato e pachidermicamente "wagneriano" equipaggio antropo-ittico della nave l'Olandese Volante ed è, forse, anche per questo che manca un po' di fascinazione all'insieme, depurato da quell'aura fantasticamente impalpabile tipica del sogno e dell'evasione a tutto tondo, marchio di fabbrica di casa Disney. Anche le figure di contorno, i caratteristi per intenderci, rimangono troppo sfocate sullo sfondo mentre in questo genere di pellicole dovrebbero essere la spezia/marcia in più, così come la frammentazione narrativa spinge troppo sull'acceleratore rendendo poco comprensibili di primo acchito legami tra i personaggi e snodi della trama senza elevarsi a magnifico e perfettto parco di divertimenti filmico. Rimane, invece, intatto il manicheismo "buoni e cattivi" fondante della struttura favolistica con un Geoffrey Rush degnamente sostituito dal "poliposo" Bill Nighy, il cui alter-ego mostruoso è l'arma segreta che va sotto il nome mitico di Kraken, gigantesca piovra che stritola le navi nemiche come fossero di burro, e la capacità di utilizzare scenari incontaminati e fuori dal tempo, così come oggetti pulsanti quasi di vita propria (la bussola di Sparrow, "orientata" sulla tensione dei sentimenti di chi la tiene in mano) e curiose schegge citazioniste (la  ruota del mulino, teatro di un tipico duello "sospeso" cappa e spada che richiama 2001: Odissea nello spazio). Insomma, il forziere del nostro cuore non è stato proprio scardinato e la storica "maledizione del sequel" ha quasi colpito anche il blockbuster verbinskiano…


 


 


Titolo originale: Pirates of the Caribbean: Dead Man's Chest


Regia: Gore Verbinski
Interpreti: Johnny Depp, Orlando Bloom, Keira Knightley, Lee Arenberg, Peter Donald Badalamenti II,  Max Baker, Bill Nighy


Distribuzione: Buena Vista
Durata: 150'


Origine: USA, 2006