Pj Harvey – A Dog Called Money, di Seamus Murphy

“Ho sentito che vent’anni fa si poteva pagare ed entrare in un cinema con dei proiettili”. Una frase che non scaturisce dal tavolo di lavoro di produttori alla ricerca di un soggetto per un film action ma molto più crudamente dal cuore insanguinato della martoriata Kabul. PJ Harvey folgora così il suo ingresso in una sala della capitale dell’Afghanistan, semidistrutta ed immersa nel fango mentre la popolazione locale sta provando a riconquistare parvenze di normalità sociale ancora di là da venire. L’inizio di Pj Harvey – A Dog Called Money, di Seamus Murphy in uscita streaming dal 21 Maggio nella piattaforma di Wanted Cinema con il patrocinio di Amnesty International Italia e passato in Italia alla 60esima edizione del Festival dei Popoli di Firenze, è una chiara dichiarazione d’intenti. Il documentario diretto dal fotoreporter di guerra, che aveva già collaborato con la cantante inglese attraverso una sua raccolta di poesie corredate dalle istantanee di Murphy intitolata The Hollow oh the Hand (Bloomsbury 2015), vuole essere un diario di viaggio, fisico ed emozionale, nella creazione dell’album del 2016 The Hope Six Demolition Project.

Un diario di viaggio molto strano questo Pj Harvey – A Dog Called Money perché sembra quasi concupire lo spettatore mostrandogli l’assoluta razionalizzazione dell’ispirazione poetica attraverso un euclideo montaggio alternato i fatti reali e le successive trasfigurazioni personalistiche compiute da PJ Harvey. E così la registrazione del disco fatta in uno studio costruito appositamente presso la Somerset House di Londra viene continuamente inframmezzata dagli appunti, dalle sensazioni trascritte dalla cantante durante la visita di Kabul, Washington DC e il Kosovo, da spezzoni visuali che sono proposti, loro sì, come un’installazione – gira invece a vuoto, ai fini del racconto, la scelta di mostrare al pubblico attraverso un vetro a senso unico il lavoro nello studio della band dato che anche l’assenza di interazione non trova mai sfogo teorico – propedeutica al lavoro ultimato, sia negli arrangiamenti ancora grezzi che in quelli rifiniti. La più chiara esemplificazione di questo processo è proprio il titolo del documentario, ancor più programmatico per la centralità impostagli. Pj Harvey – A Dog Called Money prende il nome da una delle tracce del disco ed invece di puntare sulla splendida natura misterica del significante ne svela la referenzialità: Money è il nome dato al proprio cane dal ragazzino Paulie che domina una delle arterie più squallide di Washington col suo gioco dei dadi mentre nel frattempo offre un bicchierino di vodka ad una ragazza che ha il doppio della sua età e della sua stazza. Il documentario di Murphy corre scientemente, a più riprese, il rischio di un’eccessiva correlazione sintattica tra soggetto creatore e oggetto della creazione.

Se non fosse che la protagonista di Pj Harvey – A Dog Called Money è quella creatura per fortuna ancora non identificabile di nome Polly Jean Harvey. PJ Harvey è una donna di cinquant’anni che ha mantenuto i tic di un’adolescente acneica (i suoi sorrisi sghembi, la presenza felpata), un’artista che continua a raccontare il proprio intimo facendosi attraversare con sensibilità da realtà a prima vista lontane da lei (lo spiritualismo fervente degli evangelici neri, il misticismo degli afghani), una polistrumentista curiosa verso strumenti esotici e dalle sonorità dissonanti come “bambini che urlano”. La sua presenza mai invadente fa da contraltare al didascalismo dell’apparato strutturale del documentario contribuendo con la sua inafferrabilità ad intorbidare acque visuali troppo limpide.

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Se i luoghi contaminano con la loro specificità la musicalità dell’album The Hope Six Demolition Project il merito è in gran parte del suo sperimentalismo accorto, gentile, senza i vezzi da rockstar in missione. Da questo punto di vista Pj Harvey – A Dog Called Money riesce a far sì che in alcuni momenti la potenza e la grazia delle canzoni amplino il discorso diegetico del documentario rendendone indimenticabili alcuni passaggi. Il riff assassino di Ministry of difense suonato dal fido John Parish con la voce di PJ Harvey che si aggira tra rovine di Kabul sarà pure di facile lettura ma l’orrore di qualunque guerra non è mica più complicato.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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