Poesie e sguardi al passato. Intervista con Luca Sorgato

Il regista milanese ci ha raccontato il suo sguardo sul cinema, sulla poesia, sui festival e sul passato. Dalla Trilogia della disillusione al lungo in lavorazione, nel solco di Attilio Lolini

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Abbiamo fatto una chiacchierata con Luca Sorgato, giovane regista milanese, autore, tra le altre cose, della Trilogia della disillusione, composta da Ventilatore (2018), Pistacchi (2019) e Sbadigli (2020). Quest’ultimo è stato recentemente vincitore del Beijing International Film Festival.

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Tutti i tuoi film sono visivamente estremamente curati e cercano di trasferire questo lato poetico da cui prendono spunto. Qual è diciamo il processo creativo che genera questa riuscita, è un lavoro che poi si genera anche direttamente sul set o è spesso nel momento di scrittura? Il tuo lavoro nasce in fieri, nel tempo o ben chiaro nella tua mente prima nell’inizio delle riprese?

Diciamo che è tutto ben chiaro prima, anche perché preferisco di gran lunga la parte preparatoria, perché soddisfa un po’ tutte le mie pulsioni e manie di comprare oggetti per farli poi vivere rifilmandoli. Però tra le due fasi preferisco sicuramente quella che viene prima di girare, quindi il film è praticamente completo, chiuso, tutte le inquadrature sono prestabilite da prima. Senza dubbio i sopralluoghi mi aiutano a definire anche questo, mi piace andare sul sicuro ma più per un fattore di comodità. All’inverso ti posso dire che non mi piace il cinema documentaristico fatto di ore e ore di girato e poi tagliato, perché in quel caso lì il film avviene in sala di montaggio. Per come me lo vedo io il film è scritto, cioè è prima. Poi diciamo che la realtà a volte fa dei piccoli doni, a volte invece è crudele e quindi bisogna agire e in qualche modo farla amica. Tendenzialmente preferisco quindi lavorare così, anche perché non sono un cinefilo, non so tanto di cinema e più passano i giorni più continuo a pensare che il cinema conti sempre meno. Quindi tutto quello che mi piace viene poi semplicemente filmato, in questo caso qui si tratta delle poesie di Attilio Lolini, la cosa a cui ho dedicato gli ultimi cinque, sei anni. Anche per questo modo un po’ feticista di filmare le cose che mi piacciono ho deciso di filmare le poesie di Attilio, non c’è tanto di poetico in tutto questo. Le poesie di Lolini sono delle piccole scene di vita quotidiana, anche drammatiche, ma secondo me sono in un campo che non è proprio quello  della poesia per come la si intende. Quindi dietro arrivo io con questi cortometraggi che non fanno altro che prendere una di quelle poesie che mi hanno attirato e cercare di renderla visiva, semplicemente questo.

“Il mondo è sempre uguale, sei tu che scegli come guardarlo” si dice in Pistacchi. Tu diciamo che hai deciso di guardarlo dando vita, come hai detto tu stesso, a film con “old people and old things”. Anche i suoni dei tuoi film sembrano sempre distanti, provenienti da altre epoche. Perché tutto questo interesse per il passato, soprattutto in un mondo in cui le giovani generazioni tendono a guardare spesso soltanto in avanti?

Dunque non ho una vera risposta, perché sento soltanto che è così, in realtà. Mi piace più guardarmi indietro in generale, è un’attitudine, un gusto, un piacere della vita. Vedo con disinteresse totale il futuro, anche i grandi temi non mi interessano proprio. Ora non voglio fare il nichilista totale, ma se mi guardo indietro invece mi appassiono, ad esempio amo le vecchie riviste, soprattutto Famiglia Cristiana, degli anni ’80 o giù di lì. Guardando indietro si scopre che l’azione umana è sempre quella e si parla delle stesse cose da decenni, non so come dire, ma le paure sono sempre quelle. Poi cambiano le abitudini, ma alla fine l’essere umano è soggiogato dall’odio e dell’amore e basta. Tutto il resto è semplicemente apparenza, moda, è per quello che dico che è sempre tutto uguale. Fondamentale per far partire i miei interessi in questo ambito è stata la figura di Renato Ansaldi, l’attore che è stato il motivo per cui ho iniziato a fare i miei film. La sua amicizia e la sua conoscenza mi hanno spronato, era perfetto per quello che dovevo fare in quel momento. Lui sembrava uscito da una poesia di Lolini, il suo corpo sembrava descritto da Lolini ed era esattamente quello che cercavo. Purtroppo Renato è morto qualche settimana fa e parlare di lui e spiegare l’importanza che ha avuto nella mia carriera mi sembra un modo per rendergli omaggio.

I tuoi film sono stati presentati in diversi festival, come il MOCAK, il Lamezia International Film Festival, il Laceno d’Oro e il Festival des Cinéma Différents et Expérimentaux de Paris. Pensi che i festival siano importanti, se non fondamentali, alla diffusione di certo cinema? Si parla spesso male della critica, ma a volte è utile, serve proprio a far conoscere gli autori.  

Assolutamente, la critica serve, anzi la critica probabilmente è necessaria e vitale per far vedere questo lavoro. Diciamo che i critici sono degli aiutanti, anche se ne parlano male perché ci hanno insegnato che non esiste positivo o negativo, l’importante è che si argomenti. In questo caso riguardo ai festival io ho trovato un approccio metodico, un metodo molto continuativo nel tempo: li vedo un po’ come una lotteria. Mi piace il gioco è per me partecipare ad un festival è un po’ come tirare ai dadi o giocare alla roulette, punti e ti dici: “Chissà se vinco”. Secondo me ha a che fare anche abbastanza con le circostanze spazio-temporali, se sei lì in quel momento e quella persona apprezza e riesce a capire e a percepire le cose che vuole. Tutto sembra un po’ regolato dal caso, anche se ovviamente non voglio sminuire il lavoro dei programmatori, però io me la vivo appunto come una lotteria a cui è bello vincere. E più giochi, più hai possibilità di vincere.

Attilio Lolini

Sempre a proposito di festival poco tempo fa abbiamo curato un’intervista a Stefano Miraglia e abbiamo avuto occasione di citare il Zombi Zapping, selezionato per l’ultima edizione del Festival des Cinéma Différents et Expérimentaux de Paris. Hai definito anche i personaggi di Pistacchi “zombi”. Che cosa significa questo per te?

Zombi Zapping è frutto della circostanza in cui siamo immersi da qualche tempo e quindi diciamo che anche io faccio parte di quelle persone che hanno fatto film a causa o grazie al Covid. Io ero in casa, avevo questo vecchio televisore con il registratore, avevo un sacco di videocassette, stavo guardando La zona morta di Cronenberg per passare il tempo. Mi sono accorto che schiacciando il tasto dello stand-by si creava quest’effetto. Il tutto è stato anche frutto della noia, ma come capita spesso con le idee piano piano questa cosa si è ingigantita e ho iniziato a guardare decine di VHS che avevo e alcune ne ho comprate su diversi argomenti e mi sono accorto che questo effetto non avveniva su tutte le VHS, quindi anche lì era una sorta di gioco, comprando una VHS mi dicevo: “Speriamo che ci sia questo effetto traballante che posso filmare”. Quindi avevo tanto girato e quindi è stato fatto un po’ in maniera diversa rispetto a come mi piace lavorare di solito. Ho poi selezionato i dieci canali che mi sembravano migliori, ho creato questo piccolo palinsesto e mi sono immaginato un palinsesto fatto di zombi, questi personaggi imprigionati in questo loop. Un loop statico ma che genera anche dinamismo, nel quale, almeno a me, è sembrato di rivedere un po’ l’essere umano, dinamico ma imprigionato un po’ nei gesti. Sono attratto in generale da personaggi passivi, che non agiscono (se non in qualche raro caso), che vengono un po’ sedotti dall’indolenza e dalla pigrizia. Questo probabilmente perché io mi rivedo in loro, è così.

Puoi parlarci di più del lungometraggio che stai preparando, questa volta basato su un romanzo di Lolini?

Il romanzo in questione è dell”87, è fuori catalogo e ho avuto i diritti grazie alla moglie di Lolini. Sto lavorando sulle bozze preparatorie di Lolini, visto che il romanzo è scritto in circa 15 anni. Mi sono accorto che più andavo indietro con queste bozze più il romanzo era completo, lui ha svolto semplicemente un’operazione di smembramento fino a quando non è diventato una cosa illeggibile e ha trovato una pubblicazione. Per fortuna ho queste bozze preparatorie e ci ho scritto un centinaio di pagine di sceneggiatura, è ancora abbastanza grezza. Stiamo cercando dei fondi per realizzarlo, chiaramente si tratta di un progetto impegnativo, ho iniziato a scriverlo nel marzo 2020. Ma è così per i lungometraggi, probabilmente è l’unico che farò in vita mia, se lo farò. Un altro progetto molto più realizzabile a cui sto lavorando è un piccolo cortometraggio, realizzabile al 100%. Si tratta di un’introduzione al lungometraggio, una sorta di biglietto da visita.

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