Pohani Dorogy (Bad Roads), di Natalya Vorozhbit

C’è sempre un momento, nei quattro stalli di cui è composto Bad Roads, in cui tutto si ferma, un istante quasi impercettibile di sospensione in cui i personaggi si guardano, zittendosi, e tutto minaccia di poter evolvere in una esplosione terribile di violenza: è l’immagine stessa la prima a cui prende un fremito, e poi tutt’intorno ai protagonisti qualcosa sembra sussultare. Dura un secondo, poi qualcuno inavvertitamente sorride, e prende una decisione spesso inaspettata. È vero, c’è sempre un punto che non vediamo, fantasmi in ognuna delle storie che Natalya Vorozhbit attraversa: la ragazzina intravista dal preside al posto di blocco, il militare che la giovane innamorata aspetta alla fermata del bus, il plotone al di là della porta “mai chiusa a chiave” dietro la quale è prigioniera la terza protagonista, e la gallina investita con l’auto dalla donna dell’episodio finale.

Il fuoricampo di questi soprusi su figure femminili (compresa la studentessa nell’allucinazione del primo segmento) appartiene alla terribile quotidianità della guerra del Donbass, ma assume da subito una potente valenza simbolica, una linea di confine che i personaggi hanno imparato a scorgere ben evidente, anche se per noi rimane invisibile. Vorozhbit costruisce così un meccanismo della tensione che non accenna mai a placarsi, neanche nel racconto più “leggero” sulla ragazza alla fermata che battibecca con le amichette e poi con la nonna che vuole convincerla a tornare a casa – neppure gli unici minuti di effettivo abuso fisico con cui si apre il terzo frammento, il più insostenibile, servono come sfogo per i nervi tesi che la messinscena assume da subito. A settare il pericolo imminente in queste bolle di tempo immobile e denso ci pensa infatti già il formidabile incipit, con la perquisizione all’innocuo professore a cui i soldati potrebbero sparare da un momento all’altro per futili motivi o una battuta di troppo, minuti che sembrano interminabili prolungati dall’uomo che fa lentamente ritorno con la sua auto: alla base del film c’è il testo teatrale della stessa regista, nativa di Kiev, laureata a Mosca, e che si è fatta un nome sui palchi di Londra, ma Bad Roads non ne rappresenta una semplice trasposizione quanto un’espansione.

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A qualcuno potrebbe venire in mente Loznitsa, per vicinanze tematiche, ricorso alla narrazione episodica, e un certo rigore compositivo. Ma la scansione per quadri è qui un dispositivo che usa il linguaggio del cinema proprio per lavorare sulla dilatazione dello spazio in assenza di tempo, esplora queste gabbie più o meno a cielo aperto (come il pianosequenza sulla prigioniera che vaga per il palazzo-cella) pur rispettando una struttura che si appoggia apertamente alla formula teatrale. Esplicitata dal tono letterario e straniante dei dialoghi, e soprattutto dalla storia finale, questo confronto tra una donna di città e una coppia rurale intorno ad una gallina messa sotto per errore con la macchina, davvero la sequenza maggiormente debitrice di una certa tradizione di apologhi morali che ha fatto grande il romanzo e il teatro esteuropei.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
4 (1 voto)

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