Pokémon Detective Pikachu, di Rob Letterman

L’incipit parla da subito chiarissimo: questo non è un affare per bambini. Alla ricerca dei Pokémon ci vanno infatti il protagonista 21enne Tim e il suo amico nerd, come a dire fin da principio che non c’è mai un’età adatta per smettere di giocare con i mostriciattoli digitali. Ma se l’industria videoludica-RPG s’è fatta adulta, o quantomeno post-adolescente, allora bisogna che la lingua parlata da queste creature subisca anch’essa un upgrade. L’evoluzione è d’altronde una delle armi principali di questi guerrieri da allevare, nonché lo scopo finale del miliardario antagonista che mira a ibridare definitivamente uomini e pokémon.
E infatti Pikachu talks, per la prima volta: com’è noto, tutti i Pokémon non possono usare altro linguaggio che non sia ribadire ostinatamente se stessi ripetendo il proprio nome in loop, come i bambini nella fase dell’affermazione dell’io (non a caso una delle gag principali coinvolge Mr Mime, il pokémon che si esprime solo a gesti…). Adesso invece quantomeno il portavoce giallo ha guadagnato un pensiero articolato e la parlata spacconesca di Ryan Reynolds, sulla scorta del videogame Detective Pikachu che cercava di legare il franchise alla fortuna dei titoli mystery cosiddetti visual novel, come Detective Conan o Phoenix Wright Ace Attorney.

Letterman ha la bella intuizione di legare l’indagine di Tim sulla scomparsa del padre poliziotto all’esplorazione dei bassifondi di Ryme City, megalopoli astratta che è la classica mappa dello storytelling contemporaneo, come teorizzato dalla cruciale San Fransokyo disneyana: da un lato chiarisce immediatamente le proprie origini nell’immaginario cinematografico popolare, tra Blade Runner e Roger Rabbit, mentre dall’altro funge da arena espansa dei riferimenti, attraversata com’è nello stesso istante da decine di creature elettriche insieme a Ken Watanabe e a Rita Ora.
L’impianto in stile Happy! sembra funzionare, inanellando anche una sorprendente sequenza di inseguimento dove Tim, Pikachu, la reporter Lucy Stevens e il suo Psyduck sperimentano letteralmente il rovesciamento di un set oramai totalmente inesistente, neutro, la foresta in postproduzione tra le cui chiome i nostri eroi vanno fuggendo gli si chiude loro addosso, muta improvvisamente forma come in un platform, di fatto prendendo vita come le antichissime mitologie sulla tartaruga che regge il mondo (un istante quasi degno della seconda, visionaria stagione di The OA). Si tratta della vetta spettacolare del film, che si avvia poi verso una chiusura decisamente più generica, una resa dei conti tra i palloni aerostatici di una parata che potrebbe quasi ricordare l’atto risolutivo di Pixels di Sandler/Columbus, con un’integrazione ben più mozzafiato tra live action e CGI.
Tra le righe, come una pokéball in mano ad uno degli Avengers, la visione di Rob Letterman suggerisce ancora una volta, sulla scorta proprio dell’endgame dei Russo e della resurrezione 1up fondativa dell’orizzonte dei videogiochi, la reversibilità sempre possibile di ogni morte che queste storie raccontano, l’anima costantemente modificabile del passato come siamo abituati ad intenderlo in un’epoca di riscrittura e ridefinizione senza sosta al tempo presente (a quell’ologramma in VR che visualizza la crime scene manca sempre almeno uno dei punti di vista…).
Questi organismi complessi e mutanti come il pokémon Ditto sembrano rubare il diktat non scritto dal primo degli edifici sempre riattraversabili della conoscenza contemporanea, Wikipedia (potremo sempre fruire nuovamente di Detective Pikachu riordinandolo ancora e ancora come una Pokémon-wiki, e lo stesso vale in maniera esponenziale per Endgame come wiki dell’MCU), e che recita: una voce diventa neutra quando smette di essere modificata.

Titolo originale: id.
Regia: Rob Letterman
Interpreti: Ryan Reynolds, Justice Smith, Kathryn Newton, Ken Watanabe, Bill Nighy, Suki Waterhouse, Rita Ora
Origine: USA, Giappone, 2019
Distribuzione: Warner
Durata: 104′