Pom Poko, di Isao Takahata

A 30 anni dalla realizzazione, arriva al cinema questo inno fantastico sul processo creativo del regista giapponese, un racconto avvincente sull’urbanizzazione del Giappone in pieno boom economico.

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L’idea che i tanuki (cani procione giapponesi) possiedano l’arte della metamorfosi è profondamente radicata nella cultura e nel folklore giapponesi e non stupisce che Isao Takahata, nel comporre questo suo sorprendente capolavoro datato 1994, a tal punto la dia come dato inoppugnabile, da sfruttare questa qualità in senso espressivo: la capacità metamorfica dei cani procione, infatti, non è soltanto propedeutica alle svolte impresse alla narrazione attraverso la dicotomia umani/animali, ma serve a porre le due categorie sullo stesso piano (abbattendo le differenze fisiche) e a esprimere i vari stati d’animo dei personaggi. In questo senso si passa, senza alcuna soluzione di continuità, dalla forma animale a quella antropomorfa, transitando per stadi intermedi dove le sagome sono più indefinite: il tutto obbedisce ai sentimenti e alla relazione che in quel momento ogni tanuki intrattiene con l’ambiente circostante, e serve a ribadirne lo stato di incertezza o di euforia o di inadeguatezza. La storia, ambientata negli anni Sessanta, affronta infatti il tema dell’urbanizzazione del Giappone ai danni degli spazi verdi in cui i tanuki prosperano indisturbati. Quella che si viene a creare con la civiltà degli umani è dunque una vera e propria guerra, che vedrà i cani-procione abbandonare le reciproche diffidenze dei clan per tentare una strategia comune volta a fermare la cementificazione del territorio.

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La scelta di modulare il tono del racconto sulla base della forza visiva legata alla capacità metamorfica dei tanuki, pone fin da subito Pom Poko come un inno fantastico al processo creativo connaturato a quell’animazione che ha sempre prediletto l’uso di animali “umanizzati”: tale scelta finisce così per rimarcare, fin dal principio, una natura trasversale (e universale) che va oltre la caratterizzazione profondamente nipponica del racconto. E’ infatti indubbio che lo spettatore occidentale possa sentirsi disorientato di fronte alla moltitudine di riferimenti che Takahata inserisce rispetto ai miti e alle tradizioni folkloristiche giapponesi (tanto che sarebbe consigliabile l’uso di appositi glossari integrativi alla visione), ma è pur vero che il linguaggio narrativo e visivo è comunque capace di raggiungere una dimensione universale perché pesca a piene mani dal reale e da sentimenti profondamente condivisi dal pubblico di ogni latitudine.

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In questo senso Takahata rinnova una volta di più il suo piacere per una dicotomia che, nei fatti, preferisce evidenziare i punti di contatto piuttosto che quelli di differenza. Ecco dunque che la sua visione del fantastico non può mai prescindere dal reale: sebbene le continue visioni di cui è infarcito il film non nascondano un piacere quasi infantile della creazione per immagini, esse non sono mai disgiunte da uno sguardo molto lucido sulla Storia e la società nipponiche, al punto che lanatura antropomorfa dei tanuki offre anche più di uno spunto satirico verso abitudini profondamente umane della società giapponese, in particolare per ciò che riguarda il rapporto con la memoria, la gerarchia e gli adulti. Qui si avvertono echi di Una tomba per le lucciole, indiscusso capolavoro dell’autore, dove pure l’ideale edenico incarnato da un’infanzia che cercava di rifuggire il rapporto con una realtà difficile, trovava la sua ragione d’essere proprio in rapporto alla stessa (che alla fine arrivava a vincere la sua partita).

In questo caso il gioco si fa ancora più sfumato, perché il regista non nasconde l’amarezza per la transizione verso un processo di urbanizzazione condotto in modo anche selvaggio, ma evita ogni tono inquisitorio verso ciò che inevitabilmente avverte come una deriva inevitabile, dei cui effetti si accorgono per primi gli stessi tanuki attraverso l’esperienza diretta: basti pensare non solo alle scene più esilaranti come quelle in cui li vediamo appassionarsi ai programmi televisivi, ma anche alla loro spiccata preferenza per gli edifici abbandonati dagli uomini ed eletti a loro rifugio. Il potere dei cani procione, di conseguenza, diventa non tanto un artificio magico disgiunto dal contesto, ma piuttosto un elemento che permette il ritorno a un immaginario condiviso dagli stessi umani, che non a caso sono tanto atterriti dalle presenze evocate dagli animali, quanto affascinati dalle stesse, perché le riconoscono come parte di un proprio bagaglio.

Prevale, anche nei cittadini del film, una sorta di gioia estatica per l’estetica meravigliosa messa in campo dai tanuki e dallo stesso Takahata, in un gioco di rispecchiamenti che naturalmente include lo spettatore stesso. Non a caso, a prevalere fra il contrasto evidente di amarezza e dispiacere per il tempo passato, e l’inevitabile durezza dello scontro che porterà al presente, è soprattutto il divertimento che passa per un ritmo narrativo sempre molto sostenuto, e per un tono mutevole e capace di illustrare una ampia gamma di emozioni, senza risparmiare chiaramente momenti più drammatici, ma in generale abbandonando il racconto a un piacere dell’essere messinscena di un disegno composito.

Pochi registi come Isao Takahata sono infatti in grado di riassumere in un’unica opera il piacere della narrazione e la gioia del vivere ogni emozione come patrimonio indissolubile del processo creativo, ed è questo a scatenare la commozione più sincera davanti alle sue opere e a rinnovare a ogni inquadratura la sorpresa e l’entusiasmo per la loro straordinaria ricchezza artistica e umana.

Titolo originale: Heisei tanuki gassen ponpoko
Regia: Isao Takahata
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 119′
Origine: Giappone, 1994

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5
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Il voto dei lettori
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