Power Rangers, di Dean Israelite

Nato nel 1993 da un’intuizione del tycoon americano Haim Seban, rimasto folgorato durante un viaggio in Giappone dalla serie per bambini Super Sentai, lo show dei Power Rangers è stato uno dei più seguiti degli anni novanta, capace di creare un vero e proprio impero di merchandising. In un panorama industriale-cinematografico interessato alla qualsiasi pur di creare e sfruttare nuovi franchise, era solo questione di tempo che i supereroi dalle armature multicolori avessero la loro avventura cinematografica. Pronta a metterci la faccia per questo progetto, la Lionsgate ha affidato la regia a Dean Israelite, dopo il successo del teen action Benvenuti a ieri, pensando di avere per le mani un’altra potenziale macchina macina incassi. Purtroppo, per i produttori e il suo volenteroso regista, la nuova versione dei Power Rangers paga dei limiti strutturali insormontabili.

Nessuno pretende l’originalità a tutti costi, soprattutto a chi è interessato a intercettare un pubblico giovanile già saturo di visioni dopo anni di cinecomic, saghe fantasy e action dagli effetti visivi vertiginosi. Riempire queste nuove origini dei ranger colorati con riferimenti, più o meno esplicitati, ai classici istantanei della Marvel o alla saga dei Transformers può sembrare una via scontata ma necessaria per poter confezionare una nuova storia dalle elevate ambizioni commerciali. Da questo punto di vista, anche la replica pedissequa del meccanismo narrativo di Chronicle rientra nel tentativo di usare punti cardinali facili e riconoscibili per aderire nel miglior modo possibile alle aspettative del pubblico tanto agognato. Il problema è che questo gioco alla citazione genera un vero e proprio cortocircuito concettuale, trasformando Power Rangers in una pellicola confusa e disordinaria, sia nel tono sia negli obiettivi. Trasformare le avventure surreali e super-kitsch dei power rangers in una seriosa storia adolescenziale, in un pedante high school movie che guarda sia a John Hughes che a David S. Goyer (in un’addizione dai risultati alquanto fastidiosi), depotenzia il film di tutte le sue possibilità d’intrattenimento folle.

Probabilmente la coppia Lord & Miller sarebbe stata la scelta più intelligente per smarcare i film dai territori più banali e rendere davvero onore alle potenzialità tragicomiche della vicenda. L’opzione serietà (rinnegata precipitosamente in un finale rumoroso dove il passato televisivo è omaggiato in modo fin troppo palese) porta con sé un’idea di intrattenimento artificioso (spesso ai limiti dell’autoparodia) che, come era logico aspettarsi, non può convincere fino in fondo. Il risultato finale è un prodotto che rimane perso nel guado, indeciso (o impossibilitato?) ad aprirsi a un nuovo pubblico o a convincere gli spettatori più affezionati.

 

Titolo originale: id.

Regia: Dean Israelite

Interpreti: Dacre Montgomery, Naomi Scott, RJ Cyler, Becky G., Ludi Lin, Bill Hader, Elizabeth Banks, Bryan Cranston, Sarah Grey, Anjali Jay, Patrick Sabongui, David Denman

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 124′

Origine: Usa 2017