Predator: Badlands, di Dan Trachtenberg
Una versione sentimentale e disneyana, moderatamente truculenta e divertente, di quello che era il più spietato predatore alieno del cinema
La produzione di Predator: Badlands è stata accolta con una certa diffidenza, nonostante la longeva popolarità del franchise e la conferma di Dan Trachtenberg alla guida del progetto. L’acquisto della Fox dalla parte della Disney aveva subito fatto pensare all’addomesticamento dello spietato yautja. Il riscontro positivo della serie animata Killer of Killers (2025) aveva acceso la speranza che il personaggio sarebbe stato rimasto così com’era. Invece, la sua nona esperienza cinematografica ha dimostrato che i timori sulla sua versione PG-13 erano fondati. Forse, dopo quasi quarant’anni di sfruttamento narrativo, la saga aveva veramente bisogno di un requel. O forse no?
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La novità più evidente è la sceneggiatura Patrick Aison e Brian Duffled, che rovescia l’abituale ruolo di antagonista della creatura. Infatti, Dek assume tutte quelle caratteristiche di inferiorità che di solito erano riservate alla sua controparte umana. Il giovane non è fisicamente sviluppato come i suoi simili, non è considerato adatto al loro compito esistenziale di cacciatore e quindi deve essere soppresso. La necessità di portare un trofeo che gli faccia guadagnare la sopravvivenza lo porta in un inospitale pianeta della morte. Inoltre, la sua impresa impossibile viene ulteriormente appesantita dal trauma di aver provocato la morte del fratello.
La società degli yautja considera la compassione e l’empatia come debolezze che non possono essere perdonate. Così, il padre punisce il figlio prediletto per aver risparmiato Dek, decapitandolo davanti a suoi occhi. Il reietto ha un solo modo per sfuggire alla stessa sorte e guadagnarsi un posto da pari a pari. Quindi, si imbarca nella missione disperata di portare a casa la testa di un kalisk, la più temibile e mostruosa creatura dell’universo. Ovviamente, il suo habitat è un mondo in cui tutte le forme di vita animali e vegetali sono una trappola letale, da cui nessuno è mai tornato vivo. Il fuggiasco non potrebbe mai farcela, senza tradire il comandamento della sua razza che lo obbliga ad agire da solo.
La svolta del film è l’incontro con il tronco della sintetica Thia, abbandonato su Genna dalla sua squadra di esplorazione, dopo un attacco della creatura. L’androide è di proprietà della Weyland-Yutani, la compagnia che appartiene ad un’altra celebre storyline. Le vicende degli xenomorfi hanno cancellato i cross-over precedenti come Alien vs Predator (2004), ma questa scelta apre a nuovi incontri futuri. Tuttavia, è soprattutto la presenza di Elle Fanning a dare un vero tocco di originalità alla vicenda. Predator: Badlands si trasforma rapidamente in un buddy-movie canonico, con la coppia che prima si detesta, poi si sopporta e alla fine non può più separarsi. Infatti, anche lei possiede dei difetti che vanno oltre la menomazione delle gambe.
Dek la accetta solo perché non è un essere vivente ma uno strumento per raggiungere il suo trofeo. Thia non si oppone perché solo lui può portarla nel luogo dove può recuperare la sua parte mancante. Il suo obbiettivo è quello di ricongiungersi con la sua gemella Tessa, che lei considera emotivamente come una sorella. Infatti, la corporation le ha dotate dell’insolita capacità di provare sentimenti. Tuttavia, la funzione di comprendere gli esseri viventi serve solo allo scopo di catturarli per le loro ricerche biologiche. Le due si ricongiungono, ma l’una scopre di non essere mai stata ricambiata dall’altra e viene avviata alla dismissione.
Thia e Dek sono due rifiuti e a quel punto la loro alleanza diventa inevitabile. Come ogni film di avventura che si rispetti, il loro viaggio verrà arricchito anche dalla compagnia di un bizzarro animale del posto. La consapevolezza di non essere solo dei brutali killer o degli automi senz’anima è una mission tipicamente disneyana. È sempre necessario perdere un affetto per trovarne un altro o insegnare agli altri come riconoscerlo. Dan Trachtenberg porta a termine il suo compito, affidandosi soprattutto agli sguardi dei personaggi. Lo yautja vede finalmente come il pubblico perché non ha ancora il mantello mimetico e la sua iconica e distintiva visione termica.
Ovviamente, Predator: Badlands mantiene delle scene cruente ma il loro livello è ben lontano dalle mattanze del passato. Il film ha ritmo e ha delle trovate divertenti, come quella in cui i due pezzi separati del corpo di Thia combattono in luoghi diversi. Genna è un pianeta che ha delle scenografie accattivanti e un numero sufficiente di bestie e di insetti ripugnanti. Ovviamente, prende dei prestiti sin troppo sfacciati, soprattutto da Avatar, come la battaglia finale con l’esoscheletro. Ci sono anche spunti degni di essere sviluppati in un sequel. Dek teme il padre ma soprattutto la madre e gli androidi hanno un timore quasi divino verso mother, l’AI della Wayland-Yutani.
Resta da capire se valesse davvero la pena ridefinire un marchio così affermato per attirare un pubblico più giovane. Se si elude la domanda, resta un livello di intrattenimento considerevole, brillante ed appagante.
Titolo originale: id.
Regia: Dan Trachtenberg
Interpreri: Elle Fanning, Dimitrius Schuster-Koloamatangi, Reuben de Jong, Rohinal Nayaran, Michael Homik
Distribuzione: The Walt Disney Company Italia
Durata: 107’
Origine: USA, 2025




















