PRIMITIVE – Sentieri Selvaggi incontra APICHATPONG WEERASETHAKUL
Abbiamo incontrato Apichatpong Weerasethakul, Palma d'Oro a Cannes nel 2010 per Lo zio Bonmee che si ricorda le vite precedenti, in occasione della presentazione di Primitive, mostra composta da nove video-installazioni ospitata dallo spazio espositivo Hangar Bicocca di Milano. L'intervista integrale sarà pubblicata su Sentieri Selvaggi Magazine
Un'occasione davvero unica per scoprire o gustare un cinema onirico e ipnotico come quello di Weerasethakul. Durante la presentazione, accompagnato dal curatore Andrea Lissoni, il regista tailandese si è dimostrato serafico e sorridente come sempre. Ha raccontato la genesi del progetto Primitive, ideato tra il 2008 e il 2009, mentre si trovava nel nord della Thailandia per effettuare ricerche che poi sarebbero confluite nel lungometraggio Lo zio Bonmee. Ne sono risultati una serie di documenti e installazioni che vanno da un video musicale del gruppo pop Modern Dog alla realizzazione di una nave spaziale aliena che atterra su suolo tailandese, protagonisti i giovani del piccolo paese di Nabua. A margine dell'incontro c'è stato fortunatamente tempo per fare quattro chiacchiere sul suo cinema e sulla sua visione artistica.
Hai studiato architettura in Thailandia, poi sei andato negli Stati Uniti, a Chicago, a studiare arti e cinema, scegliendo di non farlo nel tuo paese. Ti percepisci come differente, all'interno della cinematografia tailandese?
Quando ho studiato cinema era l'inizio degli anni '90 e la scena cinematografica tailandese stava iniziando a mutare, da un vecchio modo di intendere il cinema a una nuova generazione che veniva dalla pubblicità e da nuove pratiche di regia. Quando sono tornato in Thailandia c'erano molti registi nuovi, mi sentivo tagliato fuori. Io non ero nessuno, non avevo esperienze precedenti nella pubblicità o nel cinema. A quel tempo, la seconda metà degli anni '90, internet non era ancora molto diffuso, e c'era una minore conoscenza del cinema. Oggi grazie a internet chi vuole può recuperare film europei o di altre latitudini, ma allora era un qualcosa a cui solo pochissimi avevano accesso. Perciò mi sentivo un po' strano, ero nel mezzo del ricambio generazionale. Mi ricordo ancora vividamente come da piccolo preferissi il cinema thai, rispetto a quello straniero, mi piaceva sul serio la generazione precedente, il loro stile, anche se sapevo di essere qualcosa di diverso.
Guardando i tuoi film ho sempre avuto l'impressione si trattasse in qualche modo di opere multimediali. C'è il film, ed è una cosa precisa e presente, ma sembra sempre esserci il riferimento a qualcosa d'altro, come un interscambio continuo. Ne ho avuto conferma con la mostra Primitive, che in qualche modo amplia la visione di Lo zio Bonmee. Come lavori ai tuoi progetti?
È un problema di spazi. Nei film si ha a che fare con una continuità temporale piuttosto lineare che si svolge in un luogo immateriale, lo schermo. È una sfida eccitante, dare forma alla propria idea in questo spazio delimitato. Lo spettatore poi però porta le sue conoscenze, il suo vissuto, in quella continuità delimitata, e le integra nella narrazione. È proprio questo che mi affascina nel girare un film. Per le installazioni invece si ha uno spazio diverso, uno spazio materiale, quello espositivo. In questo caso si può giocare con gli spazi, come un architetto, per decidere come disporre gli elementi e come le persone poi li fruiscano. Qui gli spettatori hanno la libertà di creare la propria continuità narrativa. A volte gli elementi sono così astratti che non si percepisce la storia fino in fondo, è più una questione di sensazioni, come nel caso di Primitive, in cui ad esempio si può percepire intimamente elementi come il fuoco o l'energia della giovinezza. Per questo cerco di unire queste due possibilità, solo così trovo di potermi esprimere in modo soddisfacente.
In effetti alcuni osservando i tuoi film hanno pensato alla tecnica surrealista del “cadavere squisito”…
È effettivamente il processo che ho utilizzato nel mio primo film, Mysterious Object at Noon, incentrato sull'esplorazione del concetto di narrazione stesso. Quando però lavoro su un film narrativo, mi interessa riflettere su come trasporre il funzionamento del pensiero, che spesso è rapsodico e differisce molto a seconda delle diverse personalità. Il modo in cui ciascuno di noi pensa è diverso, ognuno ha una prospettiva diversa, ed è in costante mutamento. Perciò quando lavoro a un film, mi piace cercare di imitare quei processi. Anche se sono sempre io a scrivere, una persona sola, cerco di cambiare punto di vista, di far slittare la prospettiva del mio modo di pensare. Per questo la narrazione nei miei film può cambiare anche bruscamente, o possono cambiare gli umori. È un processo realmente attivo, e in questo sono molto aiutato dai miei collaboratori, sempre pronti a cambiare in corsa.
Per finire, puoi dire qualcosa sul tuo prossimo progetto?
Si chiama Cemetery of Kings e parla della malattia del sonno nelle piccolo comunità tailandesi. Sarà sempre ambientato sul fiume Mekong, e parlerà di sogni e di desideri. Penso sia qualcosa di nuovo per me, perché per come è attualmente pensato è un film piuttosto romantico, una commedia romantica… con un mostro. Ci sono molte battute, ma anche molta violenza.