"Primo amore", di Matteo Garrone

Affascinante, per un po', anche se ne senti subito l'essiccata bellezza da bonsai… E poi finisce con l'annoiare, in dispersione di vita, come una natura morta che stanca lo sguardo. La sensazione è che il film si dissolva nel lavorio ruvido e accessorio di Garrone, chiuso nel suo laboratorio di stile, lontano dalle emozioni e dalla vita.

Unico film italiano presentato in concorso al Festival di Berlino, Primo amore appare un film, come sempre nel cinema di Garrone, cupo e mentale, stretto nella sua stessa struttura. Garrone non manca mai – neanche questa volta – di scrivere col carboncino i suoi film, esaltando ogni linea, elevando ogni tratto nella sua gestualità, rimarcando ogni espressione nella sua valenza scenica… La precisione un po' perversa de L'imbalsamatore, in Primo amore lascia il campo addirittura alla perversione della precisione, all'ossessione dell'essenza messa in scena nel suo opposto, nel proliferare di uno sguardo ordito in ogni attimo, spasmodico nel suo delirio strutturale: suoni, colori, ombre, chiaroscuri, riquadri… Affascinante, per un po', anche se ne senti subito l'essiccata bellezza da bonsai… E poi finisce con l'annoiare, in dispersione di vita, come una natura morta che stanca lo sguardo…

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Il tema del dominio, del resto, resta alla base del gioco dark di Garrone, il quale, dopo la storia d'amore gay dell'Imbalsamatore, racconta in Primo amore l'amore in perdita di peso che unisce un orafo a una modella. Lei è già magra, ma lui cerca l'essenza e le chiede di eliminare il superfluo… Il punto è capire cosa sia superfluo in un rapporto ossessivo e intransitivo come quello che unisce quest'uomo a questa donna. Lo spunto è bello, un po' teorico e letterario, certo, ma intenso e interessante.


Ma la sensazione è che il film si dissolva nel lavorio ruvido e accessorio di Garrone, chiuso nel suo laboratorio di stile, lontano dalle emozioni e dalla vita. Resta comunque la fragranza dei due corpi d'attore che arrivano totalmente nudi e impreparati alla meta: Vitaliano Trevisan, scrittore, recita stinto nel silenzio e rende inquietante un personaggio che rischia grosso ad ogni passaggio narrativo; Michela Cescon, attrice teatrale, ci mette una naturale gentilezza coniugata alla spigolosità di un fisico che si offre distante…


 

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Regia: Matteo Garrone


Sceneggiatura: Matteo Garrone, Massimo Gaudioso, Vitaliano Trevisan


Fotografia: Marco Onorato


Montaggio: Marco Spoletini


Musiche: Banda Osiris


Scenografia: Paolo Bonfini


Costumi: Francesca Leondeff


Interpreti: Vitaliano Trevisan (Vittorio), Michela Cescon (Sonia)


Produzione: Domenico Procacci per Fandango/Medusa Film


Distribuzione: Fandango


Durata: 100'


Origine: Italia, 2003


 

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