Prisoners, di Denis Villeneuve

Sorprendente esordio hollywoodiano di Denis Villeneuve. Il cineasta canadese non smarrisce un’oncia della sua etica registica, trasferendo la rigorosa indagine sulla “famiglia” dai fantasmi passati de La donna che canta agli incubi presenti di questo Prisoners. E non era certo facile mantenere intatto un personale sguardo sul mondo passando da una produzione canadese che corteggia una certa autorialità europea, al genere americano più puro prodotto da una major storica come la Warner. Sì perché questa è una sceneggiatura che vagava da tempo a Hollywood (scritta dallo sceneggiatore di Contraband Aaron Guzikowski), presa in considerazione da molti registi tra cui Bryan Singer e da molti attori tra cui Mark Wahlberg (poi rimasto in veste di produttore esecutivo), sino alla felice scelta di Villeneuve alla regia e della coppia Jake Gyllenhaal e Hugh Jackman come protagonisti.

Lo spunto è quanto di più classico la letteratura e il cinema di genere americano possano fornirci: una scomparsa e una ricerca; la “famiglia” attaccata da un male oscuro che spezza l’innocenza; il travaglio morale della vendetta. Due bambine vengono rapite, risucchiate nel nulla e nella pioggia della provincia, e i genitori disperati si rivolgono alla polizia. Il detective Loki (un Gyllenhaal in versione Zodiac) inizia la sua indagine tra integralismi religiosi e inquietanti fantasmi del passato che partoriscono lo sguardo perturbante e “ritardato” di Alex (un intensissimo, al solito, Paul Dano), sospettato di essere il rapitore. Non ci sono prove certe… ma il padre di una delle due bambine, Keller (Hugh Jackman), decide di farlo parlare rapendolo e torturandolo a sua volta. Un insinuante grigiore morale avvolge ogni azione.

Pertanto: echi di noir classico e horror anni ’70 nella strutturatissima trama (l’inizio ricorda vagamente l’incedere del male carpenteriano); rigore formale e attenzione massima ai moti sentimentali dei protagonisti che riecheggia l’ultimo Clint Eastwood (in più di un’occasione viene in mente Mystic River) o il Ben Affleck regista. Prisoners è un film che (incredibilmente, oggi) si prende tutto il tempo necessario per far maturare la sua “storia” e la sua “riflessione”, dimostrando una cieca fiducia negli attori e nelle possibilità del cinema di raccontare dialogando col suo spettatore. Un film ammantato da un’opprimente oscurità (il timbro autoriale di Roger Deakins alla fotografia è ormai un dato acclarato) che resuscita metafore immortali come le grotte e i cunicoli dietro le case; i fantomatici labirinti e i serpenti che si liberano dalla memoria. Nell’arco di un frame il buon padre di famiglia americano può trasformarsi in un tormentato torturatore facendo emergere il lato oscuro, gli istinti primari, ri-discutendo temi ancestrali come la colpa o il perdono. È l’America che ragiona da sempre sul proprio presente (veramente agghiacciante la costruzione della cabina di tortura…ancora i fantasmi di Abu Ghraib?) attraverso lo specchio/spettacolo del grande schermo, questa volta filtrato dalla (in)visibile consapevolezza di Denis Villenueve: la sequenza del riconoscimento del calzino insanguinato, nell’asettica camera penitenziaria, ricorda molto da vicino la scioccante potenza emotiva di alcune sequenze de La donna che canta. Una solidità di genere e una fertile sobrietà registica ormai rara.

Titolo originale: id.

Regia: Denis Villeneuve

Interpreti: Hugh Jackman, Jake Gyllenhaal, Paul Dano, Maria Bello, Viola Davis, Terrence Howard, Melissa Leo

Origine: Usa, 2013

Distribuzione: Warner Bros

Durata: 153’