Prisoners of the Ghostland, di Sion Sono

Presentato al 21° TOHorror Fantastic Film Fest, l’esordio in lingua inglese del regista nipponico vorrebbe destrutturare un certo cinema d’azione ma cade prigioniero delle sue ambizioni

Antiporno ci aveva mostrato un Sion Sono sulla via della maniera, eppure pochi hanno voluto vederla. In effetti, l’idea di rilanciare un sottogenere erotico giapponese era per il pubblico occidentale troppo succulenta per accorgersi che dietro le esplosioni di violenza serpeggiava una retorica verbosa. Con The Forest of Love, poi, il prolificissimo autore ha confezionato per Netflix un bignami del proprio percorso e allora qualcuno ha iniziato a denunciarne la stanchezza. Prisoners of the Ghostland, primo film in lingua inglese con protagonisti Nicolas Cage e Sofia Boutella, avrebbe forse potuto sorprendere se non si fosse scelta la via facile dell’autoparodia.

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Ad ogni modo, ci si domanda se e quanto Sono si sia reso conto dei limiti della sceneggiatura. Gli attori Aaron Hendry e Reza Sixo Safai (anche produttore del film) non hanno fatto altro che proporre l’ennesima storia del reietto forzato a salvare una vita. In una realtà post-apocalittica Hero, in prigione per aver rapinato una banca (e ucciso un bambino) con il complice Psycho, viene scarcerato dal Governatore per trovare la nipote Bernice, scappata dalla città alla volta di Ghostland. Da questo luogo, in seguito all’esplosione nucleare che ha distrutto il paese, nessuno sembra poter più uscire. Una sorta di quarantena dell’anima per una comunità che vive di profezie.

Quindi lo sviluppo grottesco di tutta la parte ritualistica. In città i servi del Governatore si muovono e parlano come un coro da tragedia greca. I diseredati di Ghostland lo accolgono invece come un salvatore, con danze e dichiarazioni di resistenza, guidati da una sorta di predicatore che legge ad alta voce Cime tempestose quasi si trattasse delle Sacre Scritture. L’eccesso della messa in scena e i tempi dilatati convincono perché fanno intuire la consapevolezza dell’assurdo. La regia esprime però anche un senso di disorientamento che non sembra voluto, quanto piuttosto subito. Non basta neppure evocare la fotografia al neon di Refn per dimostrare di non essere caduto in trappola.

I discorsi sul senso di colpa, la femminilità frustrata, il narcisismo del sistema, sono tutti abbozzati e contratti. È chiaro come si sia voluto dire troppo e tutto insieme, e non vale usare la scusa del fare il punto della situazione. Qui la storia e i personaggi vengono accantonati a favore del trattato e l’attualità simbolica inseguita disperatamente senza successo. Unica nota di vero interesse è nell’uso che si fa del corpo di Cage quando viene amputato, violato, ridicolizzato. La caduta indolore del divo è la prova incontrovertibile che ormai siamo solo spettri.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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