PROFILI – James Dean: tutto era bene, tutto era male

"James Dean". La sola eco di questo nome evoca sfumature imprecise di sensazioni mutevoli e sfuggenti, risuona di aggettivi che si rincorrono nella mente. "James Dean". Indomito. Ribelle. Misterioso. Merito e colpa, certamente, dei tre film che gli hanno garantito un posto nel paradiso degli immortali. Ma anche di un'iconografia fatta di immagini fotografiche prevalentemente in bianco e nero, drammatiche, cariche di senso, che hanno amplificato la sua capacità espressiva, anticipando ciò che l'attore avrebbe, forse, potuto dimostrare negli anni a venire.
Cerchiamo di immaginarlo oggi, a 74 anni passati. Prendiamo qualcuna tra le centinaia di immagini che lo ritraggono, con lo sguardo curioso e sospettoso del mondo; a volte un abbozzo di sorriso, spesso la sigaretta tra le labbra. Pensiamo al trascorrere degli anni sul suo fisico, uno dei corpi-cinema più appesi sulle pareti delle camerette di fanciulle che sognano amori impossibili e di timidi adolescenti che sognano un futuro da duri. Spalle larghe, gambe massicce, braccia robuste. Un metro e settanta, poco più. Mani tozze. Oggi, probabilmente, non avrebbe avuto il fisico che è in grado di sfoggiare Clint Eastwood.

Le sue biografie passano e ripassano sugli stessi eventi. Le origini in un paese dell'Indiana chiamato Marion, dalle poche migliaia di abitanti. Poi, il trasferimento in California assieme ai genitori. A nove anni, la morte della madre: cancro. L'affidamento agli zii, e il conseguente ritorno nell'Indiana; la rigida educazione quacchera. La scuola, la vita in fattoria, a poca distanza da Fairmount, un paesino che contava ancora meno abitanti della nativa Marion. James che piangeva la madre. I primi passi nella recitazione, già all'età di dodici anni, grazie all'incoraggiamento della zia; le prime parti nel teatro locale. E lo sport, che James amava e praticava con successo. Dopo il diploma, il ricongiungimento col padre a Santa Monica, e l'iscrizione all'Università della California: solo per pochi mesi, dato che la abbandonerà prestissimo per dedicarsi alla recitazione. Quindi New York, l'Actors Studio, i telefilm e i commercial, Broadway. "L'immoralista" di Gide, l'incontro con Kazan, il provino per La Valle dell'Eden, il successo, Gioventù bruciata, Il gigante, la Porsche, l'incidente, la morte.

Ventiquattro anni di vita, seppure conclusi in maniera così eclatante, non sono molti per lasciare tracce così evidenti nell'immaginario di generazioni che si accavallano su due secoli. Dov'è che nasce realmente il fenomeno James Dean, dov'è che si cela il mistero di quella che, senza saperlo, sarebbe diventata una delle icone della cultura pop del secolo appena trascorso?
L'aneddotica "deaniana" compone il quadro di una personalità sofferente, instabile, inquieta: in una parola, disturbata. Non l'effetto della costruzione cosciente di una struttura attoriale, della creazione di un personaggio vendibile su un mercato, come quello cinematografico, sempre a caccia di novità e di glamour. Piuttosto, l'approdo alla recitazione, e quindi al cinema, come unica forma in cui esprimere – a piede libero – una personalità altrimenti oggetto di coercizioni da parte del mondo "normale". La genesi dell'alterità di James Dean va ricercata, ovviamente, nelle sue vicende familiari d'infanzia: ma non sono da sottovalutarsi gli effetti concatenati, su queste ultime, della Depressione americana, contemporanea alla sua nascita; per non parlare delle conseguenze che la Grande Crisi ebbe su tutta la generazione che condivise l'infausto periodo di nascita di James Dean e ne decretò poi il successo. Una generazione cresciuta all'ombra del fungo atomico, tenuta in perenne apprensione per l'imminente invasione russa, costretta paranoicamente a cercare ovunque tracce di streghe, che non poteva non adorare le dimostrazioni di irrazionalità ed indipendenza che Dean faceva tracimare, con singolare naturalezza, dal formato panoramico.
Come disse – nelle vesti di attore – Ronald Reagan, non c'era differenza alcuna tra il James Dean sul set e quello fuori dal set: come a dire che, per il giovane attore, il ciak non decretava l'ingresso in un mondo artificiale e fatato, ma scandiva una realtà temporale, era lo schiocco di dita che dà il ritmo alla musica. Per Dean, il paese delle meraviglie era ovunque, o forse in nessun posto. Tutto era ricerca, tutto era esperimento, tutto era bene ed era male. Lineari, quindi, le sue interpretazioni sul grande schermo; consequenziali, le testimonianze sulla sua sessualità indecisa; coerenti, le passioni per motori e velocità.
James Dean, forse, sarebbe riuscito prima o poi ad eguagliare e magari anche superare in bravura il suo idolo dichiarato, Marlon Brando. Certo, non con il metodo e l'applicazione: con l'entusiasmo folle del ventenne senza riferimenti e radici. Un giorno, però, avrebbe compiuto trent'anni; poi, quaranta. Addio, gioventù bruciata; addio, ribellione senza motivo. Chissà come avrebbe reagito. Dicono che la sua Porsche non andasse così forte, quel 30 settembre del 1955.