Programmare cinema nell’anno del Covid-19

Come è proseguito il dibattito attorno a quei film che – stando a numerosi esercenti – non vengono concessi dalle case di distribuzione, estromettendoli così dal mercato? [Ne avevamo parlato con alcuni professionisti in questo articolo], L’attenzione, più che sui film e la forma di censura cui sarebbero sottoposti, si è spostata sui Ragazzi del Cinema America, i quali hanno denunciato pubblicamente l’ostracismo di Anica nei loro confronti. L’AGCM in luglio ha disposto misure cautelari per Anica, Anec e Anec Lazio, in quanto con il loro boicottaggio «al consumatore verrebbe sottratta – per il 2020 – la possibilità di fruire del servizio di intrattenimento e culturale oggetto del presente procedimento».

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Come se non bastasse, questa storia è anche politica. Alcune voci vorrebbero Valerio Carocci, il ventottenne presidente dell’associazione Piccolo America, che ha recentemente confermato la sua vicinanza al presidente piddino della Regione Lazio Nicola Zingaretti e altrettanta distanza dai centri sociali dai quali è visto come un traditore, come papabile candidato sindaco a Roma. Certo, è un fatto che i Ragazzi in maggio non abbiano firmato la lettera degli esercenti indipendenti e non abbiano deciso di fare fronte comune per far conoscere il problema che li accomuna – i film non concessi – anche se li tocca in modo diverso. Noi però, da amanti del cinema d’autore, pensiamo che la questione meriti attenzione indipendentemente da quella che le riserva la stampa generalista, più interessata ad aspetti che nulla hanno a che fare con il rispetto dell’autorialità.
Ci sono alcuni dati da cui partire, prima di lasciare spazio ad alcuni professionisti che abbiamo contattato. Innanzitutto, il settore è in crisi in tutto il mondo. Molti sono i contratti a tempo determinato non rinnovati e i lavoratori in cassa integrazione, perché soltanto metà dei cinema ha riaperto [fonte: Gower Street Analytics] e le piccole sale rischiano di chiudere per sempre se non saranno presto disponibili film di richiamo, in grado di riempirle (ossia riempire i posti che il distanziamento prevede) e permettere incassi che a loro volta consentano il pagamento del personale. Negli Stati Uniti, però, ci sono distributori che rimandano le uscite di titoli di sicuro successo – come Tenet di Christopher Nolan – oppure annunciano di non voler rispettare le window. Unic – The International Union of Cinemas ha ribadito in un comunicato rilanciato da Anec i dati secondo i quali l’uscita theatrical di un film – accompagnata da un periodo significativo di esclusività nelle sale – dà ottimi risultati. E che «se gli Studios obbligano i cinema europei ad aspettare che gli Stati Uniti si riprendano prima di fornire nuovi film importanti, per molti cinema europei sarà troppo tardi». Questo appello Cinema First si può interpretare come un tentativo di scongiurare l’uscita del live action di Mulan in streaming, tentativo non riuscito dato che Disney+ ha già annunciato anche il prezzo: 30 dollari in streaming che però molti sembrano comprensibilmente non essere disposti a pagare. Anec condivide l’appello intimando di «pianificare l’uscita in sala fin da subito dei film di produzione italiana già pronti al momento del lockdown e attesi dal pubblico». Intanto in Italia i film più visti in questi giorni sono usciti ormai un po’ di mesi fa: Parasite, Piccole donne, Jojo Rabbit, Gli anni più belli. Questo anche perché perché nei dati monitorati conta l’incasso delle arene all’aperto, dove solitamente si proiettano film della stagione passata, mentre solo il 10% delle sale sono aperte. Questo è il quadro all’interno del quale vanno letti gli interventi che abbiamo raccolto.

L’esperienza degli organizzatori di Scendi c’è il cinema a Milano, un progetto del Laboratorio di Quartiere Giambellino Lorenteggio, non è diversa, seppure meno celebrata dalla stampa, da quella del Cinema America:
«Quest’anno sabbiamo fatto solo quattro proiezioni, a causa dei continui ostacoli e blocchi che le case di distribuzioni hanno imposto (…) Gli abitanti che ogni anno aprono le porte delle loro case sistemano i cortili, offrono la corrente dalle loro case e l’accesso ai servizi, sono loro che hanno diritto ad una cultura accessibile economicamente. E in quartiere, senza essere costretti ad andare in centro città. Questo è il senso di Scendi c’è il Cinema, che non minaccia certo i fatturati delle arene estive a pagamento, bensì sfida gli atteggiamenti discriminatori, il razzismo, la cultura della separazione».
Anche Filmstudio 90 a Varese ha incontrato difficoltà nel programmare le sue arene, come spiega Gabiele Ciglia:
«Ci aspettavamo maggiore disponibilità da parte di alcuni distributori, dopo mesi di blocco forzato. Le nostre sale sono ancora chiuse (con la speranza di poter tornare ad accogliere il nostro pubblico a settembre) ma organizziamo arene all’aperto: incertezze fino all’ultimo sulla disponibilità dei titoli, finestre di utilizzo limitate e molti più rifiuti per le proiezioni in dvd non hanno semplificato la programmazione di questa estate, già complicata per altri motivi. Comunque vogliamo ringraziare le case di distribuzione indipendenti con cui lavoriamo».
In Lombardia questo è un tema caldo: è la regione da cui abbiamo raccolto senza fatica ben tre testimonianze. Secondo Paola Corti del cinema Beltrade di Milano, però,
«Non è tanto un problema di distribuzioni che non concedono i film, ma di ampliare gli spazi di indipendenza di programmazione. Non sempre proiettare un solo film al giorno ad esempio è la cosa migliore da fare. Dipende dal cinema che sei e anche dal film che proponi. Permettere ad ogni sala di proporre il cinema che ritiene più adatto dovrebbe portare solo dei vantaggi. Non si può pretendere di avere qualsiasi titolo, perché ci sono comunque “leggi di mercato”, ma avere maggiore flessibilità e un migliore accesso al prodotto aiuterebbe».
Flavio Baldoni della multisala Bristol di Savignano sul Panaro, in provincia di Modena, 9200 abitanti, ci fa riflettere:
«Il mondo della distribuzione è composto da piccoli “indipendenti”, piccoli “meno indipendenti”, grandi agenzie italiane, major estere. Poi abbiamo il piccolo esercizio di profondità disperso nei piccoli centri, i cinema di città, le monosala, le multisala, i multiplex. Abbiamo integrazioni verticali tra distribuzione ed esercizio. Combinando tutti questi fattori risulta un’infinità di rapporti, ognuno con la sua specificità. Inoltre il prodotto (brutta parola) film è esso stesso un “prototipo” (altra brutta parola) con caratteristiche proprie. Per cui affermare che il problema sia il singolo film non concesso non è a mio parere corretto, e aspirare a una regolamentazione organica e “burocratica” non è a mio parere la soluzione. Il mio sogno è un dialogo costante e responsabile tra esercizio e distribuzione, sia a livello istituzionale tra le associazioni di categoria – ANEC, FICE, ANICA – ma soprattutto tra agenti territoriali della distribuzione e programmatori dei singoli cinema, che non si risolva nella solita sbrigativa telefonata o scambio di mail del lunedì. L’approccio del pubblico è profondamente cambiato negli ultimi vent’anni: occorre un’intensa attività di collaborazione, confronto e, perché no, scontro, per lo sfruttamento del prodotto film. Programmazione a lungo termine, promozione, multiprogrammazione, teniture… sono infiniti gli aspetti su cui occorre lavorare, non in contrapposizione, ma soprattutto in collaborazione. Tanti anni fa un agente “viaggiatore” mi diceva che il cinema è bello, è poesia, ma alla sera in fondo alla cassa devono esserci soldi. Alla fine della fiera l’interesse è comune, che il film incassi e che il cinema cresca».
A Cupra Marittima, vicino Ascoli Piceno, ci informano che c’è un’altra persona che vale la pena sentire in questo viaggio. È Caterina Di Girolami:
«Mi occupo del Margherita, monosala di provincia, e dell’arena estiva Cinema in Giardino nella limitrofa Grottammare. Quest’anno non proietterò i film di una major [cita titoli che hanno incassato tantissimo nelle sale, ndr] perché ha alzato improvvisamente i minimi da 150/200€ di minimo garantito a 500€. Impossibile da sostenere, soprattutto con il distanziamento anti-covid, con cui il massimo dell’incasso a sera è di 800€. Durante l’anno abbiamo dato molto spazio ai loro film, ma l’agente ha deciso così. Nel 2018, sempre per l’arena, quindi film di terza visione, un altro distributore di una major pretendeva che facessi tutto il loro listino, praticamente un terzo della programmazione, con i suoi film a 400 € di costo. In un momento dove tutti stiamo dando il massimo, c’è chi, da una sedia e senza rischiare nulla decide cosa dobbiamo proiettare e quindi cosa devono vedere gli altri».

Chiude il cerchio il Paolo Minuto di Cineclub Internazionale, che distribuisce titoli quali Sola al mio matrimonio, Il segreto della miniera, Sami Blood, Sofia e Styx.
«Credo sia seriamente in pericolo soprattutto la varietà dei film d’autore che escono ogni anno in Italia, in quanto sono molto più gli schermi ad essere negati ai distributori indipendenti di quanti film siano negati alle arene gratuite. Stabilita questa priorità, va riconosciuto che molte volte grandi distributori negano dei film a molti esercenti per l’ordinaria programmazione commerciale, e questo accade anche a molte arene gratuite, che comunque ci sono sempre state in Italia, e sono presenti anche quest’anno anche in luoghi più difficili, dal punto di vista ambientale, di Piazza San Cosimato a Roma. Credo, dunque, che sarebbe stato più efficace e adeguato allo spirito enunciato dai Ragazzi del Piccolo America inserire dei film di distributori indipendenti nel loro programma. Non averlo fatto e non aver nemmeno risposto ai nostri appelli, dopo aver affermato, in dichiarazioni molto pubblicate e anche in popolari programmi televisivi, che “i distributori” gli negano i film è un fatto molto deludente. La maggior parte dei distributori noleggiano i film alle arene gratuite, che però è bene che svolgano attività in armonia con gli esercenti vicini. Non è vero, infatti, che in assoluto programmare in piazza gratuitamente un film di cinque anni fa sia comunque indolore. Non lo è, per esempio, per un esercente che prova, magari con coraggio, a programmare in una sala vicina un film di un regista esordiente. Quindi vanno considerati tutti i casi uno per uno, e bisogna cercare, ribadisco, l’armonia tra gli operatori. Ed è con questo spirito che rinnovo, a nome di Cineclub Internazionale, l’appello ad aprirsi ai film dei distributori indipendenti, perché contribuiscono in modo consistente alla varietà e alla ricchezza di cui tutti abbiamo bisogno, affinché il cinema sul grande schermo rimanga centrale nella nostra cultura e nell’economia dell’industria cinematografica. L’alternativa è arrendersi ai monopoli dei broadcaster e della distribuzione industriale, con il rischio così che la sala diventi sempre di più un elemento opzionale».
Infine, nel chiederci “Che fare?” abbiamo voluto sentire un giurista, vicino a molti sceneggiatori e registi perché si occupa anche di diritto d’autore, l’avvocato e docente Giovanni Maria Riccio, che ci ha detto:
«Bisogna attendere l’operato dell’AGCM. Tuttavia già in passato, si è posta più volta il problema delle condotte anticoncorrenziali nel settore cinematografico e, in particolare, dell’abuso di posizione dominante da parte dei produttori cinematografici. In questo caso vietare le autorizzazioni equivale a impoverire le offerte delle arene pubbliche – che sono disposte a pagare per le opere – a vantaggio degli esercenti. Anche il richiamo alla crisi del settore determinata dalla pandemia mi sembra poco realistica (sebbene il problema sussista), tenuto conto che le condotte al vaglio dell’AGCM riguardano anche gli anni precedenti. I problemi, per la verità, sono molteplici, a partire dall’incastro tra le produzioni e le proprietà delle reti televisive, nelle quali vengono veicolati, per mezzo di campagne mirate, le nuove uscite cinematografiche di alcuni prodotti, a discapito di altri, che restano fuori da questa forma di promozione. Allargando ulteriormente l’angolo di osservazione, si ripresenta la questione dei monosala e dei piccoli esercenti, che spesso sono tagliati fuori dalla distribuzione, lasciando intere aree geografiche prive dell’offerta commerciale e culturale. In questo caso, a mio avviso, potrebbe sussistere una condotta anticoncorrenziale, dal momento che la politica di “imposizione” dei film distribuiti si traduce in uno scarso richiamo commerciale e, nei fatti, nella morte di queste sale. Anche di questo tema si parla nelle relazioni dell’AGCM sul mercato cinematografico – relazioni che invito a leggere – e, probabilmente, servirebbe una segnalazione specifica all’Autorità patrocinata dai piccoli esercenti. Purtroppo in molti casi si predilige una logica di salvaguardia: non si pestano i piedi ad ANICA, ANEC e alle grandi produzioni/distribuzioni, al fine di evitare di essere tagliati fuori dalla distribuzione dei film con maggiore richiamo. Quello che servirebbe, invece, è un’azione coraggiosa, promossa con il sostegno di tutti i monosala e dei piccoli esercenti, diretta ad accertare l’eventuale esistenza di tali condotte anticoncorrenziali e la loro repressione da parte dell’Autorità. Non sto dicendo che l’azione sarebbe necessariamente fondata, ma solo che servirebbe forse un’analisi attenta di questo fenomeno (spesso lamentato sottotraccia), al fine di tutelare non solo gli esercenti meno forti, ma anche la diversità dell’offerta culturale, in special modo in aree territoriali dove la proposta di film è molto povera e veicola esclusivamente le pellicole di maggior successo. In passato l’AGCM ha già condannato intese del genere – penso ad un provvedimento del lontano 2001 –, ma l’impressione è che la situazione non sia migliorata granché da allora. In quel caso, l’Autorità aveva accertato e dichiarato che le intese tra produttori, distributori e ANEC, da un lato, ed esercenti, dall’altro, fossero idonee a limitare in modo significativo l’accesso degli esercenti concorrenti, oltre che penalizzare le possibilità di scelta del consumatore finale. Probabilmente, servirebbe un po’ di coraggio e sollecitare nuovamente l’Autorità su ispezioni mirate, che tendano a reprimere eventuali comportamenti che pregiudicano i concorrenti economicamente meno forti e la pluralità dell’offerta culturale e cinematografica».

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APERTE LE ISCRIZIONI PER UNICINEMA E SCUOLA DI CINEMA

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