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Punku, di J.D. Fernández Molero

Un film nel quale il sogno serpeggia tra le trame della realtà sotto forma di déjà-vu, colmo di simbolismo che non va decifrato, ma interrogato. Menzione speciale al 50° Laceno d’Oro

Punku, presentato alla scorsa Berlinale nella sezione Forum e Menzione Speciale alla 50ᵃ edizione del Laceno d’Oro, è tutto un gioco di reminiscenze. Nell’entroterra del Perù, un bambino di nome Ivan scompare misteriosamente nella foresta. Le ricerche sono vane, è passato così tanto tempo che viene dato per morto. Un giorno però viene ritrovato da un gruppo di bambini. Ha un occhio gravemente ferito e non ricorda nulla, non parla. La sorella maggiore di uno di questi, Maisha (‘Vengo da dentro’ dice più volte facendo riferimento alla sua origine Machiguenga), lo accompagna in ospedale e nell’attesa che Ivan si riprenda dall’operazione, scopre dell’esistenza di un concorso di bellezza. Nel mentre, un uomo misterioso dallo sguardo oscuro si risveglia sui pendii di una montagna a seguito di quello che sembrerebbe un disastro. Si mette sulle tracce di Ivan, recupera l’occhio marcescente di Ivan, che sembra essersi ripreso fisicamente, ma che continua a non ricordare nulla.

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J.D. Fernández Molero crea con Punku, suo terzo lungometraggio dopo Reminisencias e Videofilia, un’atmosfera sospesa, chiaramente nel solco di David Lynch e Nicolas Winding Refn. Si ha la sensazione che il sogno serpeggi sempre sotto le trame della realtà, pronto a eruttare in visioni oniriche. Il freddo HD del digitale viene quindi posseduto da sequenze in analogico che recuperano la libertà e la giocosità del cinema delle origini, passando con disinvoltura dal bianco e nero al colore, dall’animazione stop-motion ad accelerazioni improvvise del frame rate, ma slanciandosi oltre verso immagini contemporanee, come quelle verticali dei balletti da TikTok. Se inizialmente questa divisione sembra netta, le due trame tendono sempre più a unirsi, come se Punku fosse il punto d’incontro tra due film provenienti da realtà diverse. Il mondo raccontato dal film diventa allora il campo di battaglia tra diverse entità esterne in lotta tra di loro (il premio in palio, il nostro possesso). Da questo punto di vista, la trama somiglia sempre più a Twin Peaks – The Return, la terza stagione della serie in cui l’agente Cooper deve anzitutto recuperare la propria memoria. Un’anamnesi che procede per déjà-vu.

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Così, seguire linearmente Punku sarebbe la prima delle tante illusioni che compongono la rete nella quale rimangono invischiati personaggi e spettatore. Le immagini di rovine, di detriti in mezzo alla foresta, il disastro da cui proviene l’uomo misterioso, provengono dal passato o dal futuro, sono una premonizione o un antico ricordo? Il cadavere di una ragazza viene ritrovata all’inizio del film o alla fine? È un film che parla sottotraccia di colonialismo, della scomparsa di culture antichissime e della penetrazione della società dello spettacolo persino in quei luoghi lontani? L’infezione oculare ha colpito anche noi, l’immagine si trasforma nel più sottile dei depistaggi. Il simbolismo di Punku non sembra fatto per esser decifrato, non è una matassa che serve a rendere inutilmente complicato qualcosa che in fondo è molto semplice. Al massimo lo si può interrogare, ma senza la speranza di ottenere una singola e definitiva risposta. Listen to the sounds, consigliava il Gigante di Twin Peaks. Così, anche in Punku è la dimensione sonora a comporre un filo di Arianna che ci guida nel gioco di ombre. È la chiamata a rimanere svegli, anche quando chiudiamo gli occhi.

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