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Put Your Soul on Your Hand and Walk, di Sepideh Farsi

L’urgenza di avvicinarsi all’assedio israeliano a Gaza e scappare dall’immobilismo. Un diario visivo che è insieme testimonianza e memoria #RoFF20. Special Screenings

Nessun applauso, nessun commento alla fine didi Put Your Soul on Your Hand and Walk. L’epilogo del documentario di Sepideh Farsi lascia attoniti. E la sensazione di immobilismo deriva dallo stordimento e dallo stupore che accomuna tutti i livelli di Put Your Soul on Your Hand and Walk.

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L’urgenza di Sepideh Farsi è quella di avvicinarsi all’assedio israeliano a Gaza. Scappare dall’immobilismo di chi guarda e non fa. La regista instaura un rapporto di amicizia e fiducia con Fatma Hassouna, fotografa e poetessa ventiquattrenne che abita a Gaza. Attraverso le registrazioni delle loro videochiamate crea un diario visivo che è insieme testimonianza e memoria, dinamismo e immobilismo, vita e morte.

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La regista si prende e perde in alcuni silenzi paralizzanti di fronte al sorriso radioso di Fatma che descrive la vita tra le macerie, le persone care che ha perso e il suo senso di appartenenza al territorio. Fatma racconta di come non abbiano trovato il corpo della zia, morta durante un bombardamento, ma solamente la sua testa in un’altra strada parallela all’appartamento. Racconta di come una sigaretta costi 50 dollari, della mancanza di cibo ed acqua e che gli piacerebbe visitare Roma. Solo una visita però, perché per lei non c’è altro posto che Gaza. E non c’è altro modo di vivere se non con la speranza che la guerra possa finire. Davanti a questo dinamismo emotivo la regista a volte si ferma, e prova a respirare. Come quando durante una chiamata viene bombardato un edificio vicino a Fatma e il suono scuote e spaventa Farsi, ma è la reattività con cui Fatma inquadra l’esplosione e spiega la dinamica che paralizza. Dinamismo e immobilismo. Vita e morte.

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L’immobilismo torna anche nell’estetica autentica ed imperfetta del film. I limiti tecnici aprono ad un cinema che segue un’urgenza e apre una finestra sul mondo. Ma il mondo stesso impone i suoi ritmi e le connessioni instabili scandiscono gli eventi. Ci si ritrova a fissare lo schermo, in attesa che il video riprenda e che Fatma possa raccontare l’impegno dei suoi fratelli nel cercare acqua e legna o possa recitare una delle sue poesie o, ancora, possa mostrare le fotografie che ha scattato. Quest’ultime, come i silenzi in attesa che la connessione riprenda, alterano il tempo e portano in una condizione sgradevole e asfissiante, di chi guarda e non fa. Dinamismo e immobilismo. Vita e morte.

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L’epilogo è tragicamente quanto descritto durante tutto il film. Dinamismo e immobilismo. Vita e morte. Così, il giorno dopo che il film è stato selezionato per la sezione ACID del Festival di Cannes, Fatma viene uccisa in un attacco aereo israeliano insieme ai membri della sua famiglia. Le sensazioni sono simili a quelle di La voce di Hind Rajab. La riflessione potrebbe spostarsi sui metodi di racconto, se – come scrive Sergio Sozzo – nell’epoca del panopticontent sia impossibile per il cinema donare profondità ad immagini che ricostruiscono il reale o se si debba lasciare parlare il reale per sé. Ma forse la domanda più concreta è la più atavica e astratta, ma informulabile. E la risposta è uno sguardo fisso verso lo schermo e la sensazione di immobilismo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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Il voto dei lettori
4.5 (4 voti)

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