"Qualcosa di straordinario", di Ken Kwapis

Oscar Wilde sosteneva di poter credere a tutto purché fosse sufficientemente incredibile. E certo, se tutta questa storia non fosse accaduta realmente, si accuserebbe qualsiasi sceneggiatore di eccessivo irrealismo.
La sorprendente avventura di tre balene della California, madre, padre e figlio. Rimaste intrappolate nei ghiacci di un piccolo paese dell'Alaska, Point Barrow. Almeno fin quando il reporter Adam Carlson non le scopre, insieme alla tv nazionale americana, innescando una catena di eventi inconcepibili. Chiamando in causa popolazione locale, Greenpeace, indigeni del luogo (gli Inupiat), corporazioni petrolifere, politici, esercito, milioni di telespettatori in tutto il mondo, il presidente degli Stati Uniti e l'Unione Sovietica. Quest'ultimo dettaglio  è particolarmente degno di nota, considerando che si trattava del 1988, appena un anno prima della caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda. Ed ecco come un (apparentemente) semplice film per tutta la famiglia diventa senza fatica, forse senza neppure premeditazione, materiale politico e, soprattutto, sociologico. Naturale che, alla fine dei giochi, ne esca pulito il messaggio positivo di come un gruppo di persone, di differente estrazione sociale e ideologie, abbia messo da parte ogni dissapore per salvare dei poveri animali indifesi. Restaurando la fede nella bontà insita in ogni essere umano.

C'è però qualcosa di diverso fra le righe. C'è un percorso assai più dissestato e complesso. Perché su quell'intricata ed eterogenea scacchiera ogni pedina si muove per un proprio tornaconto personale. Che sia la speranza di fare carriera (il giornalista), l'opportunità di racimolare voti (il politico), la volontà di cancellare la scomoda reputazione anti-ambientalista (il padrone dell'azienda petrolifera), la ferrea disciplina militare (il colonnello), il rispetto ossequioso delle tradizioni (gli Inuit) o il timore di rompere una già precaria promessa di non belligeranza (la nave sovietica). Ogni azione è tutto tranne che nobile e disinteressata.
Unico elemento davvero puro è la dolce volontaria di Greenpeace. Non a caso una donna. Tassello universale e unificante in un quadro caotico, tessera del domino combaciante parte di un percorso autoriale ben predefinito. Quello di Ken Kwapis, regista particolarmente propenso a raccontare come il mondo sia fondamentalmente governato dal punto di vista femminile. Dall'ormai datato Quattro amiche e un paio di jeans al più recente La verità è che non gli piaci abbastanza. Tutto, nel bene e nel male, ruota intorno alla forza vitale e la testardaggine della donna. Così un gruppo di persone, più o meno menefreghiste ed opportuniste, fa squadra  intorno a lei e finisce per gioire sinceramente per la riuscita di un'impresa tanto assurda quanto miracolosa.
Progetto intelligente e sufficientemente ambizioso, qualche situazione viene forse eccessivamente romanzata senza risultare tuttavia troppo forzata. Il cast è perfetto. Drew Berrymore e John Krasinski sono una garanzia, Kristen Bell non sfigura mai nella sua acconciatura cotonata anni ottanta, Ted Danson è la ciliegina sulla torta.

Titolo originale: Big Miracle
Regia: Ken Kwapis
Interpreti: Drew Barrymore, John Krasinski, Kristen Bell, Ted Danson, Dermot Mulroney, Tim Blake Nelson, Stephen Root, Vinessa Shaw
Origine: USA, 2012
Distribuzione: Universal
Durata: 123'