Quando c’era Marnie, di Hiromasa Yonebayashi

La fine come il principio: la circolarità narrativa di Quando c’era Marnie è in fondo anche quella di uno Studio Ghibli che apparentemente continua a perseguire strade già note, ma sottilmente si rinnova. Alla base del nuovo lungometraggio animato c’è infatti l’ennesimo romanzo per l’infanzia (scritto da Joan Gale Robinson nel 1967) e la protagonista Anna si allinea alle tante eroine in cerca di un posto nel mondo che hanno costellato le narrazioni di Miyazaki padre e dei suoi epigoni. Ma c’è anche altro: c’è lo sguardo di Hiromasa Yonebayashi che con due sole opere (questa e la precedente Arrietty) fa intravedere una possibile terza via per lo Studio, non necessariamente legata all’ingombrante ombra del già citato Miyazaki.

quanco c'era marnieLa ricerca del proprio sé passa infatti per la condivisione di uno spazio nascosto, sia esso il mondo “sotto il pavimento” dove Arrietty e i suoi familiari “prendono in prestito” gli oggetti dalla casa degli umani, o la villa che segna l’incontro di Anna con Marnie. Stavolta però è un luogo a metà, sospeso fra una narrazione sia realistica che fantastica, dove elementi della vita vera (la malattia, la solitudine e l’oggettività garantita da disegni e diari) si sposano a una visualità fluttuante, in bilico fra sogno, desiderio e visione, dove lo spazio si riscrive fra un’inquadratura e l’altra. L’atmosfera, in fondo, è ribadita dal “Marnie” del titolo, che tara la natura hitchcockiana di un racconto più vicino a certe suggestioni gotiche dell’autore inglese (si pensi a Rebecca la prima moglie) e contestualmente attento alle possibili reminiscenze dei romanzi ottocenteschi (fra Henry James, Dickens e Emily Bronte). Un debito che però è riscritto in una chiave non tanto interessata allo spavento, quanto alla scoperta di un mondo nascosto e capace di aprire possibilità meravigliose.

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quando c'era marnieI classici fondali acquerello di marca Ghibli si uniscono così a una qualità visiva che oscilla fra la pesantezza dei corpi che faticano a trovare l’equilibrio su una barca a remi e le visioni fantasmatiche di fanciulle alla finestra o delle scale di un silo che mutano la profondità dello spazio come in Vertigo (giusto per rimanere in ambiti hitchcockiani). Fra questi due estremi c’è una tenera storia d’amicizia che però è anch’essa precaria, fluttuante, stretta com’è fra la pressione di una vita fatta di incomprensioni e dolori nascosti, e la gioia di un legame che si forma repentinamente e che si scopre poi profondamente radicato nel passato e capace di indirizzare il futuro. Come in Arrietty, il contatto a tinte fantasy produce a cascata una rinnovata voglia di vivere, ma lascia anche un retrogusto amaro per quanto dolore è sedimentato alle spalle di personaggi che devono guadagnare la propria via d’uscita dalle difficoltà del caso attraverso la forza di volontà e l’onestà dei sentimenti. Solarità e toni crepuscolari si rincorrono quindi per tutta la durata di un’opera raccontata con una fluidità che lascia confluire le scene l’una nell’altra, cercando più un’associazione visiva e empatica che rigidamente narrativa, ma che pure, nella rivelazione finale, rivela una lucidità progettuale più razionale. Un lavoro di straordinari equilibri che ci ricorda la poesia della vita attraverso il complesso intreccio delle sue emozioni.

In tutto questo, una nota a margine va infine a quella che ormai è diventata una spiacevole prassi dei prodotti Ghibli importati nel nostro paese: il pessimo adattamento, frutto di una ricerca ossessiva e velleitaria della “fedeltà all’originale”, con costruzioni lessicali improbabili, regole grammaticali sovvertite, evidente confusione nell’uso di terminologie ricercate e l’uso smodato dei suffissi confidenziali in giapponese. A colpire maggiormente è la reiterazione di questa pratica da parte di un editore attento come Lucky Red, dal quale ci aspettiamo per il futuro maggiore attenzione.

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Titolo originale: Omoide no Mâni

Regia: Hiromasa Yonebayashi

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Distribuzione: Lucky Red
Durata: 103′
Origine: Giappone 2015

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