Quando Hitler rubò il coniglio rosa, di Caroline Link

Ricalca i temi di Nowhere in Africa con cui la regista ha vinto l’Oscar ma si concentra molto di più sul viaggio interiore dei protagonisti impossibilitati dopo l’esodo a metter radici

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Berlino, 1933. Hitler sta per vincere l’elezioni e il giornalista Arthur Kemper scopre che a causa dei suoi scritti è finito in una delle liste del Führer. Anna, sua figlia, ha solo nove anni e non capisce bene ciò che sta succedendo. Non comprende perché non si possa parlare della fuga del padre ed entra in crisi quando deve scegliere un giocattolo da portare nel nascondiglio a Zurigo. È affezionata ad un coniglio rosa, molto rovinato, che però rappresenta un po’ tutta la sua infanzia a Berlino ingiustamente strappata.

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Tratto dal romanzo omonimo di Judith Kerr, il film diretto da Caroline Link, che aveva vinto nel 2003 l’Oscar come miglior film straniero per Nowhere in Africa, parla della ricerca di un posto nel mondo, dell’impossibilità, forse anche nel contemporaneo guardando all’esodo ucraino, di riuscire a mantenere le proprie radici, che sono probabilmente da ricercare più negli affetti familiari che nelle case grigie sparse in Europa dove i Kemper si nascondono per sfuggire al Führer. È un nazismo invisibile agli occhi, ma che si riflette nei comportamenti dei protagonisti e nel disorientamento, anche linguistico e culturale, vissuto dalla famiglia.

Rispetto a Nowhere in Africa, dove il nazismo si rifletteva nel confronto tra il nord e il sud del mondo, qui il contesto della guerra serve solo per settare le coordinate di un racconto a cui importa più la presa di coscienza dei propri protagonisti. Quando Hitler rubò il coniglio rosa è un film sulla speranza dove tutto il contesto storico sembra andare fin troppo a servizio per poi essere prontamente abbandonato. E se da una parte ciò può risultare strano agli occhi dello spettatore che di fatto non riesce mai a condividere quel terrore del fuoricampo, su cui invece si costruivano narrazioni ben più efficaci come in Il figlio di Saul di Nemes, dall’altra fa comprendere come la regista sia riuscita a trattare con leggerezza disarmante il materiale di partenza.

Per creare ulteriore spaesamento intorno ad Anna, Caroline Link decide di utilizzare un linguaggio chesi modifica gradualmente. Nella seconda parte infatti vengono meno le zoomate, il jump cut  e i movimenti diventano nettamente più posati. Vedere le zoomate sgraziate sul volto di Anna crea un senso improvviso di distacco che butta subito fuori dalla narrazione. Forse l’intenzione è quella di rendere ancor più vivo lo sgretolamento dell’infanzia della piccola Anna che si è inceppata, come la macchina che la fa saltare da fotogramma in fotogramma e di paese in paese. La cosa strana del film è che il viaggio, su cui in pratica si costruisce gran parte del racconto, non è quasi mai protagonista all’interno dell’intreccio. Tutti gli attraversamenti vengono fatti vivere allo spettatore tramite brevissimi momenti sul treno o sulla nave, ma per il resto Quando Hitler rubò il coniglio rosa, come per il nazismo, lascia totalmente fuori anche il movimento tra i vari luoghi per concentrarsi di più sulla stasi dei propri personaggi. Non c’è mai la speranza dopo un lungo viaggio di trovare un posto diverso dove mettere radici. La famiglia Kemper rimane sempre è comunque in trappola. Cambiano le mura di casa, l’accento dei vicini, ma il vero viaggio da affrontare per i protagonisti è dentro se stessi.

 

Titolo originale: Als Hitler das rosa Kaninchen stahl
Regia: Caroline Link
Interpreti: Riva Krymalowski, Marinus Hohmann, Carla Juri, Oliver Masucci, Ursula Werner, Justus von Dohnányi, Anne Bennent, Benjamin Sadler
Distribuzione: Altre Storie
Durata: 119′
Origine: Germania, Svizzera, Italia 2019

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
Sending
Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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