Quando la Sala diventa un’altra cosa (1)

Strane dinamiche attraversano i mo(n)di del consumo di immagini. C’era una volta la Tv generalista che (almeno dagli anni ’70 in poi) si arrogava il compito di diffondere al grande pubblico i film che acquisivano sul campo i galloni di “classici”. Le storiche rassegne targate Rai, i i Lunedì-cinema, i Bellissimi di sera o i Teen movie di pomeriggio: insomma il piccolo schermo instradava le giovani generazioni al mito di Chaplin e Capra, Hitchcock e Ford, Visconti e Fellini, sino a John Hughes e Robert Zemeckis. La Tv generalista (affiancata dai primi anni ’80 dalla rivoluzione del VHS) era una formidabile palestra per affinare il proprio gusto cinefilo (il caso di Fuori Orario, ancora in piena attività, rimane l’esempio più emblematico) arrivando a modificare il concetto stesso di pensare cinema: il postmodernismo cinematografico è stato anche il frutto della visione casalinga di una miriade di film classici da studiare e “citare”. E adesso? Il consumo di cinema sul piccolo schermo è sempre più frammentato in canali ultra-tematici via cavo o nelle nuove piattaforme mediali on line, che aumentando l’offerta paradossalmente depotenziano la sorpresa di associazioni impreviste o folgorazioni inaspettate. Insomma ci si rivolge solo a spettatori consapevoli che scelgono accuratamente cosa vedere e poco a spettatori occasionali che ritrovano per caso un film… e allora: la Storia del Cinema torna in sala. Adottata ormai pienamente da una filiera distributiva – per decenni Tempio del qui-e-ora, in costante sintonia con le ultimissime produzioni – che si apre improvvisamente al passato con sempre maggior riscontro di pubblico e incassi. Diamo qualche numero preliminare. Partiamo dalle ri-uscite in sala degli ultimi tre anni in Italia:

2013

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• Scene da un matrimonio (1973)
• Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970)
• Vogliamo Vivere! (To Be or not To Be) (1942)
• Gli Aristogatti (1970)
• Paura e desiderio (1953)
• L’ultimo imperatore 3D (1987)
• Animal House (1978)
• La donna che visse due volte (1958)
• Ritorno al Futuro 2 (1989)
• Il Gattopardo (1963)
• Amanti perduti (1945)
• Frankenstein Jr (1974)

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2014
• Ninotchka (1939)
• Colazione da Tiffany (1961)
• La Grande Illusione (1937)
• Roma città aperta (1945)
• Hiroshima mon amour (1959)
• Chinatown (1974)
• Pulp Fiction (1994)
• Per un pugno di dollari (1964)
• Per qualche dollaro in più (1965)
• Il buono, il brutto, il cattivo (1966)
• I quattrocento colpi (1959)
• La notte dei morti viventi (1968)
• Gioventù bruciata (1955)
• Ghostbuster (1984)
• Tempi moderni (1936)
• Il grande Lebowski (1998)

2015
• Barry Lyndon (1975)
• Le mani sulla città (1963)
• Salvatore Giuliano (1962)
• Paris, Texas (1984)
• Il cielo sopra Berlino (1987)
• Non ci resta che piangere (1984)
• Metropolis (1927)
• Todo Modo (1976)
• Blade Runner: The final cut (1982)
• Viaggio a Tokyo (1953)
• Fiori d’Equinozio (1958)
• Buon Giorno (1959)
• Tardo Autunno (1960)
• Il gusto del Sakè (1962)
• Il terzo Uomo (1949)
• Terminator (1984)
• I Pugni in tasca (1965)
• Ritorno al futuro (1985)
• Fantozzi (1975) 
• Nightmare (1984)
• Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)
• Il secondo tragico Fantozzi (1976)
• Amici Miei (1975)
• Ricomincio da Tre (1981)
• Il mio vicino Totoro (1988)

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1

Vogliamo Vivere! (To Be or not To Be, 1942), di Ernst Lubitsch

Cosa ci dicono i freddi numeri e i tanti titoli? Innanzitutto palesano un’evidenza prettamente statistica: dal 2013 a oggi stanno esponenzialmente crescendo le (ri)uscite. Precisamente dopo lo straordinario successo di Vogliamo Vivere! di Lubitsch (uscito nel maggio 2013 per Teodora Film) si assiste ad un’impennata: da 12 titoli a ben 25 titoli nell’arco di due anni. Le motivazioni ufficiali sono le più varie: anniversari, riedizioni in 3D, recenti restauri – come il lodevole caso della Tucker Film che ha lanciato in sala ben 6 film di Yasujiro Ozu restaurati dalla Shochiku – o tristi scomparse di registi particolarmente amati. Questi dati, allora, ci dicono che si sta consolidando una politica distributiva mirante alla riscoperta non solo di singoli film, ma anche di singoli Autori (Ozu appunto, Wim Wenders, Sergio Leone) o di personaggi iconici (pensiamo a Fantozzi) riproposti in sala con più di un film e in un numero di proiezioni limitato. Potenziando quell’effetto-evento (o “concerto”) che il nostro Carlo Valeri analizzerà in un prossimo articolo.

Andiamo avanti. A scorrere rapidamente le ri-uscite in sala negli ultimi tre anni, ci si accorge di una tendenza incontrovertibile: questi titoli godevano “già” di un grosso appeal popolare. Sono (quasi tutti) film fortemente storicizzati, non solo dall’alta cinefila o dagli studiosi di Cinema, ma anche dalla cultura di massa che li ha adottati come classici al di là delle etichette accademiche. Sono tutti film che hanno già goduto di ampio sfruttamento in home video, che hanno già avuto innumerevoli passaggi in televisione (il caso di Ritorno al Futuro resta probabilmente il più emblematico) e che sono diventati negli anni casi esemplari di intertestualità. Pulp Fiction, Blade Runner o Il grande Lebowski sono film che hanno sfondato i ristretti confini della cinematografia per farsi cultura popolare, immaginario, memoria condivisa a prescindere da ogni intrinseco valore prettamente storico o estetico. Riproiettarli, quindi, ha una valenza quasi antropologica: un rito collettivo che si rinnova a prescinde dalla stessa Storia del cinema. Ecco allora: vedremo tra qualche tempo in sala anche titoli non così celebri? Qualche invisibile perduto, di un cineasta dimenticato, che non ha la forza propulsiva del riconoscimento popolare ma della semplice riscoperta di “un film“?

2

Blade Runner, 1982, di Ridley Scott

Allora: questi sono solo rapidi appunti per una riflessione che continuerà in futuro. Un discorso che va inserito nel più vasto ragionamento sul consumo di immagini che Sentieri Selvaggi ha affrontato soprattutto nell’ultimo numero (il #19) del Magazine.  Appunti che portano a una duplice osservazione: se da un lato rimane uno straordinario privilegio rivedere film così familiari nel luogo dove sono stati concepiti per la visione (considerando che anche per molti 40enni di oggi il primo impatto è stato in VHS, quindi comunque non in sala), dall’altro lato è difficile non intravedere una tattica comprensibilmente “difensiva” dell’industria culturale che cerca in tutti i modi di ricordare cosa fosse il Cinema con C maiuscola o il Grande Schermo come esperienza estetica deputata alla visione. Gli incassi danno ragione, incoraggiano questa nuova (o vecchia?) offerta, e a noi non può che far piacere. Una domanda, però, sorge spontanea: la Sala sta diventando un’altra cosa? Sta diventando pian piano un bellissimo e costoso Museo dove si espone la Storia del Cinema, mentre la usuale fruizione di film avviene sempre più nei più disparati dispositivi? Alla prossima puntata, per qualche ulteriore riflessione.