Quasi Natale, di Francesco Lagi

I toni della commedia coprono i drammi familiari, il non detto sopravanza le parole, ma l’amore sembra vincere sulle piccole bugie fraterne. Fuori Concorso – Tracce di teatro al #TFF38

Quando si era più giovani si diceva il cinema è d’autore, il teatro è d’attore. Se in queste parole si può rintracciare una scheggia di verità, è anche vero che come ogni massimizzazione non funziona sempre e soprattutto la definizione esclude prodotti autoriali teatrali nei quali la regia è il baricentro della performance e film in cui la presenza degli attori costituisce un valore aggiunto. Gli esempi sono innumerevoli nel campo del cinema, per cui ciascuno attinga alla propria filmoteca e riempia gli spazi.

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Questo per dire che Quasi Natale, del fiorentino Francesco Lagi, nel Fuori Concorso torinese in quella piccola sottosezione che è stata chiamata Tracce di teatro, è un film che potrebbe essere escluso da quella rigida categorizzazione e pertanto, non utilizziamola per parlare di questa commedia ben scritta, molto ben rappresentata e altrettanto bene interpretata da un quartetto d’attori che pur non notissimi hanno però raggiunto una maturità piena che permette loro di affrontare una prova impegnativa come questa. Una prova, che derivando la sua potenzialità di rappresentazione da una scrittura più orientata verso il teatro, diventa cinema efficace, ma richiede una quasi totale compresenza degli attori sulla scena, con una interazione tra di loro utile a delineare caratteri, vicenda, passato e presente. Lagi fa il suo lavoro e utilizza la bella casa di famiglia con sapiente dosaggio scoprendone, con misurata cura, gli anfratti, le oscurità, le zone luminose. Trasferisce nel film questa organicità della casa, restituendo, ancora una volta, il senso di un luogo come unico vero palcoscenico della vita dei personaggi, che è presente, ma è stato passato e potrà essere futuro. La casa, così come già in Emma Dante di Le sorelle Macaluso, diventa il confine della memoria, la sua interiorizzazione, gli anfratti dentro i quali disseppellire reperti utili a comprendere il presente. Un lavoro di archeologia personale, di scavo psicologico, affidato ad un’estranea che sa catalizzare, con il suo leggero mistero, le spigolosità e le rotondità dei caratteri dei personaggi con sapiente mediazione, tra un alone di segreto enigma da sciogliere e la casualità di un incontro occasionale per i tre fratelli protagonisti della storia.

La storia è presto detta nelle sue essenziali strutture. Tre fratelli, Isidoro, Chiara e Michele si rivedono nella casa di famiglia. È quasi Natale, ma la madre è ricoverata in ospedale in coma e pare che debba dire ai figli qualcosa di molto importante. Michele porta con sé Miriam, che presenta ai fratelli come la sua nuova compagna. Miriam sa inserirsi tra i fratelli, restituendo loro sentimenti che sembravano perduti. Isidoro alla partenza di Chiara, Michele e Miriam resterà di nuovo solo nella grande casa che affaccia sul lago.

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I toni della commedia coprono i drammi familiari, il non detto sopravanza le parole, ma l’amore sembra vincere sulle piccole bugie fraterne, sulle leggere ipocrisie che i tre si trascinano dall’infanzia. In questo gioco di edulcorazione di una realtà familiare più grave, Chiara è separata e non ha tutti i numeri in fila, come si dice, Isidoro non fa nulla nella vita, né fa nulla per provarci, Michele sembra avere fatto fortuna, ma la sua vita come i suoi comportamenti non sono limpidi. È Miriam che diventa il fulcro inatteso di questa storia, insinuando benevolmente la sua presenza dentro la storia familiare, dentro quei sentimenti inespressi facendo venire fuori i tratti positivi di questa riunione prenatalizia. Qui il film sa farsi indagatore di una condizione e Miriam, approfittando della solitudine, esplora la casa, la cantina, la soffitta, i ripostigli e scopre il passato anche dimenticato dei tre fratelli, facendo emergere cose che neppure loro ricordavano. In cantina ritrova le mitiche polpette della madre, ora morente, conservate in quantità straordinarie in un congelatore di cui i fratelli narravano come qualcosa di perduto. Miriam, anche fisicamente assomiglia alla madre di Isidoro, Chiara e Michele e con questa funzione sembra assolvere al suo compito. Il film si fa davvero indagatore di sentimenti con Miriam che, come una madre potrebbe fare, aiuta i tre fratelli a trovare una nuova solidarietà attorno ad un piatto di polpette. È lei, in questa veste materna, che allude alla necessità che la vita di qualcuno ogni giorno sia sacrificata affinché il sole possa continuare a splendere sul mondo.

Quasi Natale diventa un film che sa farsi leggero nella consistenza, ma con un preciso peso specifico in quella sfera sempre controversa degli affetti familiari, né riconciliazione natalizia, né parenti serpenti. Un merito va agli attori da Francesco Colella, un appesantito Isidoro, ad Anna Bellato, una divertente e svampita Chiara, da Leonardo Maddalena, sfacciato e misterioso, a Silvia D’Amico, una misuratissima Miriam che sa cadenzare con sapienza il suo ingresso nella scena di cui lentamente diventa padrona.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (4 voti)
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