Queen at Sea, di Lance Hammer
Juliette Binoche e un cast di grande livello sorreggono film, incentrato sulle enormi difficoltà che si affrontano nel curare una persona malata di demenza senile. Berlinale76. Concorso
Era il 2008 quando veniva presentato Ballast, l’esordio di Lance Hammer, alla Berlinale. 18 edizioni dopo, torna nella capitale tedesca per presentare in concorso il suo secondo film, Queen at Sea. Non siamo più nel depresso delta del Mississippi con attori presi dalla strada, ma siamo tra Londra e Newcastle e il cast è di altissimo livello, a partire dalla protagonista Juliette Binoche, con al fianco interpreti come Anna Calder-Marshall, Sir Tom Courtenay e la giovanissima Florence Hunt.
Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo

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Queen at Sea comincia proprio con la sua protagonista Amanda, che insieme a sua figlia va a trovare la sua anziana madre Leslie e il marito Martin. Solamente che quando sale in camera loro, li trova intenti a far sesso. Sul volto di Leslie un’espressione attonita, vitrea, tra la confusione e il terrore. Amanda li interrompe e minaccia di chiamare la polizia. Sua madre, infatti, soffre di demenza senile, che in poco tempo le sta facendo perdere le sue facoltà, compreso il meccanismo di inibizione dei suoi istinti. È quello che cerca per l’ennesima volta di spiegare a Martin, ma per lui quello rimane l’atto d’amore di sempre, che proprio in quel momento di difficoltà è ancor più necessario. Non vuole sentire ragioni. Amanda è costretta a chiamare la polizia e mandare a scuola sua figlia Sara da sola.
È in questo momento che si creano le due direttrici principali di Queen at Sea: una che racconta il doloroso avvicinamento alla fine della vita di una persona e le enormi difficoltà che deve affrontare chi rimane fino alla fine; un’altra che racconta le prime esperienze, l’inizio frizzante ed entusiasmante di una vita che comincia a sbocciare. È quest’ultima linea che fa da contrappunto per alleggerire il racconto principale e mostrare la vita nel paradossale avvicendamento dei suoi estremi opposti. I passaggi dall’una all’altra linea di trama sono tutt’altro che eleganti, tradendo probabilmente il maggior interesse di Hammer per il triangolo tra Amanda, Martin e Leslie. È qui che infatti risiede la forza emotiva del film, che non esita mai a sfruttare per puntare dritto al cuore dello spettatore.
Storia del cinema Modulo 1, dal 3 marzo online

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La questione del deperimento mentale viene infatti declinato in diversi conflitti, sia di trama sia emotivi. C’è il meccanismo legale messo in moto dalla telefonata alla polizia di Amanda, che dietro l’etichetta del welfare nasconde una serie di procedure spesso rigide e difficili da comprendere. C’è il disaccordo tra Amanda e Martin su quale sia il miglior modo per prendersi cura di una persona amata e il dilemma su dove finisca il consenso. C’è il conflitto interiore di Martin, incapace di affrontare la paura di diventare inutile, di essere dimenticato, di rimanere solo. Ci sono soprattutto gli occhi di Leslie che si guardano attorno, cercando un qualche appiglio famigliare in un mondo che si allontana sempre di più. Queen at Sea rischia anche di sovraccaricarsi di temi e direzioni, quasi che fosse partecipe della tempesta emotiva dei suoi personaggi. Rimane quindi saggiamente vicino ai suoi grandi interpreti per non lasciare disperdere il suo calore fragile.



















