Quel pianeta troppo caldo. La rivoluzione (im)possibile di Leonardo Di Caprio e Naomi Klein

Lo stato delle cose

Nel mondo ci sono diversi punti di vista in merito alla questione del riscaldamento globale e le posizioni non sono così semplici da raccontare. Prendendo a riferimento la gente comune probabilmente ci si divide in varie fasce: ci sono quelli che ci credono e quelli che non ci credono, ma ci sono anche cittadini che non se ne interessano e ce ne sono altri che lo fanno ma allo stesso tempo credono semplicemente – e forse cinicamente – che ormai è troppo tardi per cambiare un processo irreversibile.

Si è cominciato a parlare ufficialmente di riscaldamento globale nel 1988. L’allarme fu dato dalla NASA e nello stesso anno le Nazioni Unite decisero di costituire una Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico, i cui recenti studi tra l’altro suggeriscono che durante il XXI secolo la temperatura media del pianeta aumenterà dagli 1,1 ai 6,4 °C in più rispetto al secolo scorso, che è già stato il più caldo di sempre. A oggi il 97% degli scienziati dà per assodato il progressivo riscaldamento della Terra e lo attribuisce esplicitamente alle responsabilità e agli stili di vita degli esseri umani. Il dito della scienza e degli ambientalisti è puntato contro i combustibili fossili e cioè contro:

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  • Carbone
  • Petrolio
  • Gas naturali.

Questa visione del futuro è considerata esagerata e allarmista dai negazionisti. Nei piani alti la frangia dei negazionisti è rappresentata per lo più da politici conservatori (ma non solo) e dai ricchi esponenti delle multinazionali e delle lobby del petrolio e del carbone.

Battaglie

nuovo-libro-naomi-kleinCosa può fare chi ci crede? Una rivoluzione ci salverà? A quanto dice il documentario prodotto e interpretato da Leonardo Di Caprio e fruibile gratuitamente per una settimana sul canale youtube di National Geographic per cambiare le cose servirebbe solo ed esclusivamente una “rivoluzione”. Lo denuncia apertamente anche la giornalista e scrittrice canadese Naomi Klein e se togliamo il punto interrogativo al quesito di cui sopra abbiamo proprio il titolo del suo ultimo, imponente libro uscito due anni fa ed edito in Italia per conto di Rizzoli. La cosa curiosa è che nell’ottimo lavoro compiuto da Di Caprio & co. in Before the Flood – il titolo italiano è Punto di non ritorno – a mancare è proprio la voce della Klein, non intervistata e neppure citata, ma che con le oltre 700 pagine e uno stile denso e documentatissimo ha dato alla causa un contributo decisivo e politicamente coraggioso, per non dire scomodo. Il sottotitolo del suo libro è non a caso Perché il capitalismo non è più sostenibile e pone in discussione il modello occidentale – cosa che fa anche il film di Di Caprio non c’è dubbio – con toni ancor più netti e destabilizzanti. Nel mettere sotto scacco un intero sistema politico, mediatico, culturale e industriale a 360°, già ampiamente criticato dalla Klein nei precedenti saggi No Logo e Shock Economy, l’autrice si rivela perplessa, ad esempio, anche nei confronti del business delle energie rinnovabili e non ha parole troppo lusinghiere nemmeno per il senatore Al Gore, uno degli esponenti più illustri del movimento ambientalista e autore del doc premio Oscar Una scomoda verità, di cui Punto di non ritorno è in effetti una sorta di sequel e che potrebbe ripercorrere la stessa fortuna anche in “zona Academy Award”.

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La mancanza di una figura intellettuale e no-global come la Klein è forse l’indice più immediato di una militanza autoriale ed etica che Di Caprio rivendica a più riprese in questo nobile progetto. In un modo o nell’altro è lui la vera star del film, la voce narrante e il testimone oculare di ghiacciai sempre più fragili e scoloriti, foreste amazzoniche deturpate, metropoli schiacciate dallo smog e dalle piogge. “Oggi siamo al secondo pannello del trittico di Hieronimus Bosch, leonardo-dicaprio-before-the-floodquello che racconta l’umanità alla vigilia del diluvio” osserva l’attore americano, prendendo a riferimento un’opera che lo ossessiona sin dall’infanzia e che viene citata a più riprese nel corso del film. I detrattori dell’ultimo Di Caprio – quello baciato dall’Oscar, istituzionale e forse non più troppo simpatico ai fan di Romeo+Juliet e Titanic – potrebbero avere terreno fertile nel vedere il protagonista di The Revenant ricorrere nel controcampo di quasi ogni intervista, impegnato in prima linea nei convegni ufficiali e in udienze speciali con il presidente Obama e Papa Francesco. Da questo punto di vista, per quanto onorevole e stimolante, Punto di non ritorno tradisce le pericolose stimmate del lavoro d’elite. Forse è più una vaga sensazione che un reale demerito. Il film è potente, corretto, tecnicamente pregevole, ma a suo modo potrebbe finire vittima del rigetto antidemocratico e antiprogressista che sta consumando l’anima e la testa delle persone in diverse parti del mondo. Se un progetto così personale dovesse fallire diventerebbe esempio emblematico della difficoltà che Hollywood e una certa, lussuosa, sinistra – sia americana che europea – sembrano avere nel riuscire a raccontare le cose.

Fino alla fine del mondo?

Con l’elezione di Donald Trump a neopresidente degli Stati Uniti la battaglia degli ambientalisti per arrestare il riscaldamento globale potrebbe aver subito un colpo mortale. Trump e i suoi finanziatori non credono infatti a questa emergenza e in campagna elettorale hanno più volte ribadito che non rispetteranno gli accordi di Parigi. Ora, gli accordi di Parigi dello scorso dicembre mettevano nero su bianco lo sforzo congiunto dei Paesi industrializzati di far calare le emissioni di combustibili a partire dal 2020 e limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C. Gli accordi avevano visto gli USA in prima linea, ma sia Obama che papa Francesco ammettono in Punto di non ritorno come questi accordi non siano la soluzione al problema ma solamente un primo, necessario passo. Adesso questo percorso potrebbe già, prematuramente, interrompersi. Nello stesso film vengono inserite, in un montaggio molto breve ma a suo modo premonitore, le dichiarazioni polemiche del presidente Trump, durante un comizio: “Oggi dovrebbero fare 21°, ma fa freddissimo. Tutti a parlare di riscaldamento globale, ma dov’è? Ne abbiamo bisogno, qui si gela!”