Quello che non c’è. Gli ultimi saranno ultimi presentato a Roma

“E’ un tema che oggi pone all’attenzione pubblica solo Papa Bergoglio!”, notano all’unisono Massimiliano Bruno e Paola Cortellesi presentando alla stampa romana la loro creatura Gli ultimi saranno gli ultimi, già fortunatissimo spettacolo teatrale scritto dal primo e interpretato dalla seconda, ora film sceneggiato dal duo insieme a Furio Andreotti e Gianni Corsi.
La storia di Luciana, lavoratrice licenziata perché incinta e ora alle prese con le difficoltà quotidiane della disoccupazione al fianco di un marito scansafatiche e bugiardo (Alessandro Gassman) è una tappa fondamentale del binomio tra Cortellesi e Bruno, un “amore artistico che dura dal 1997 tra teatro, cinema e tv”, come lo chiama il regista: “a teatro raccontavamo però solo la nottataccia che chiude la vicenda, dal punto di vista di tutti i personaggi coinvolti, li interpretavo tutti io in dei monologhi, con un procedimento caro ai testi per il palcoscenico di Max”, racconta Cortellesi, che sottolinea la sensazione strana di sentire pronunciate battute che ha recitato centinaia di volte sulle scene dagli altri interpreti di quella che Fabrizio Bentivoglio, new entry del gruppo, chiama “la compagnia stabile di Massimiliano Bruno”.

Gassman riflette su pregi e difetti delle trasposizioni teatro/cinema, e nota come in questo caso il passaggio sia stato più che altro “dal teatro alla vita”, nella direzione di quella che il regista chiama una “verità” al di là della dicotomia dramma/commedia, “non per forza una storia drammatica deve essere di qualità maggiore in confronto ad una commedia”.
Il riferimento è qui alla commistione tra risate e dolore della commedia all’italiana, con “il coraggio di buttare via gran parte di quanto costruito per la struttura teatrale, interi personaggi, battute modificate o spostate quà e là, come già fatto adattando due testi teatrali per i film di Rolando Ravello Tutti contro tutti e Ti ricordi di me.

Paola Cortellesi ricorda come già nello spettacolo fosse chiaro che il tema che sorregge l’intera storia è “qual è il limite oltre il quale ognuno di noi scopre di potersi spingere se portato alla disperazione”, e insieme a Bruno pone l’attenzione sull’aspetto che il punto di rottura per Luciana non è rappresentato dalla perdita del lavoro o dalla gravidanza, quanto dalla “perdita di sostegno emotivo e di fiducia intorno a sé”.
Il regista al proposito è molto chiaro: “è un film personalissimo che nasce da un’esigenza, che sentivo come necessaria, una reazione all’anaffettività che percepisco intorno. Tutti mi consigliavano, a questo punto della mia carriera, di dirigere un progetto più facile, ma ho scoperto di stare vivendo in questo momento la mia fase dei no, sia privatamente che artisticamente”.
E a chi più volte chiede lumi su di un finale che sembra mutare improvvisamente il tono del film, la risposta è che comunque qualcosa alla fine nella protagonista è perduto per sempre, e che il coraggio di lasciare una speranza nello spettatore è anche superiore ad un eventuale cinismo.