"Quentin mi ha costretta ad imparare a memoria tutti i film di Sergio Leone e di John Woo" – incontro con Uma Thurman, protagonista di "Kill Bill", di Quentin Tarantino

"Kill Bill" sembra nascere dalla volontà di restituire al cinema un corpo scisso, diviso, sfrangiato in temporalità assurde. Esce il 24 ottobre il 1° capitolo del 4° film di Tarantino. Il regista americano ha disertato (per influenza) l'incontro con la stampa, al quale non si sono pero' sottratte le due protagoniste, Uma Thurman e Daryll Hannah

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Cosa vede lo sguardo infinito/ commosso/ interminabile della Grier lungo i riflessi dello specchietto retrovisore? Un uomo (Robert Forster) lasciato per sempre, una bella somma di denaro? No, o, forse, non soltanto. Diciamo pure che si lascia alle spalle un mondo, scivolando lentamente lungo la superficie di un set che cambia, improvvisamente. Kill Bill Volume I nasce da qui. Da un cambio di set, da un allargamento progressivo della prospettiva che da minima(lista), si fa enorme, minacciosa, incombente. E' come se tutto il cinema di Tarantino si sfrangiasse in mille schegge rilucenti, in un fuoco d'artificio di visioni proiettate su ogni angolo del set, raddoppiate, triplicate, frizionate in un ammasso di corpi provenienti da una geografia filmica saltellante da un estremo all'altro del mondo. Tarantino trasforma in cinema un battito di ciglia, una voce proveniente da un corpo invisibile, un sonoro che fa cilecca proprio nel momento di ospitare l'inpronunciabile nome della protagonista (coperto da un semplice beep), e soprattutto organizza un gran ballo in maschera in cui ha inviato tutti i suoi miti cinematografici (dal Carradine di Kung Fu, al Chiba di Streetfighter), in un carnevale di folgorazioni visive senza sosta. Kill Bill (diviso dal patron della Miramax, pare con il beneplacito dello stesso Tarantino, in due parti) nasce d'altronde dalla volontà di restituire al cinema un corpo scisso, diviso, sfrangiato in temporalità assurde (il duello finale dura venti minuti, il flashback relativo al passato di O-Ren, una delle componenti del gruppo criminale, si trasforma in un violentissimo cartoon graffiato dalle viscere di corpi scoppiati) riunite dal pretesto narrativo guidato da una furente Thurman (The Bride nel film, dunque la sposa), intenzionata a vendicarsi del gruppo armato che ,nel giorno del suo matrimonio, ha ridotto in fin dio vita lei, uccidendo il marito. Il gruppo è chiamato Deadly Viper Assassination Squad ed è formato da tre donne e un uomo, chiamati con nomi in codice che richiamano quelli di serpenti velenosi. In cima all'organizzazione, il Bill del titolo, ancora invisibile in questo primo "volume" dell'opera, ma destinato nella seconda parte ad un ruolo di primo piano. Tarantino si prende tempo (scandendo il racconto attraverso l'uso di capitoli che sezionano la storia in tante, piccole parti), chiude con un finale degno della migliore/peggiore soap e filma il cinema degli Shaw Brother che si trasforma in quello di Leone per poi ricercare le tracce perdute proprio nel finale, in mezzo alla neve di un nuovo set spalancatosi all'improvviso. In conferenza stampa, aspettiamo Quentin, insieme alla Thurman e a Daryl Hannah. La sala è semibuia, ma Bang Bang (My Baby Shot Me Down), uno dei tanti motivi da brivido presenti nella colonna sonora, la riscalda a dovere. Quando poi è la volta del pezzo che Tarantino ha preso direttamente dal Morricone de Il Grande silenzio, sembra che Quentin stia davvero per entrare. Un'illusione però, visto che poco dopo un delegato della Miramax avverte i presenti che il regista è influenzato, e non è potuto venire. In compenso, ecco apparire poco dopo Uma Thurman e Daryl Hannah (interprete di Elle Driver).


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La Thurman nel film spazia da un set all'altro, manda all'aria ogni legge di gravità riconfigurando di volta in volta un corpo che rivive continuamente (da sposa, a donna in fin di vita, fino a diventare imbattibile guerriera con la spada, all'insegna di una blaxploitation che si incontra con il wuxapian orientale in un territorio di nessuno). Le domande hanno inizio.

Come si è trovata anzitutto a lavorare nuovamente con Tarantino?


Quello di Quentin è uno sguardo assolutamente nuovo, originale, in grado di rinnovarsi poi continuamente, com'è accaduto per Kill Bill. Avendo già fatto con lui Pulp Fiction, mi sono sentita perfettamente a mio agio sul set, anche perché stavolta ho avuto la possibilità di recitare accanto ad attori di altri Paesi, il chè mi dà sempre una grande energia e voglia di fare. Devo poi confessare che, almeno inizialmente, ho sentito molto la responsabilità di essere la protagonista del nuovo film di Quentin, salvo poi lasciarmi subito andare, proprio grazie all'aria euforica che si respirava sul set. Certo, le riprese non sono state facili, i sete erano tre (Cina, Giappone, USA, n.d.r) e durante la lavorazione non abbiamo fatto altro che spostarci continuamente. In questo frangente, ho cercato di imparare qualcosa di giapponese, volevo insomma rendere credibile il fatto che in molte sequenze il mio personaggio deve pronunciare diverse battute in questa lingua.


Il suo è un personaggio per certi versi controverso, ricco di zone buie, affioranti come segni di un passato oscuro…


Quentin ama profondamente i suoi personaggi e sin dalla scrittura iniziale non fa altro che caricarli al massimo, infondendo loro un autentico spirito umano, multiforme, pieno di tante possibili sfaccettature. Il mio personaggio l'ho amato sin da subito, trovandolo affascinante, e soprattutto complesso. In fondo Kill Bill è proprio centrato su una donna che, colpita nel giorno più importante della sua vita (il matrimonio, n.d.r), non può far altro che mettersi sulle tracce dei suoi persecutori, dando così vita ad un ipotetico doppio filmico: da un lato il lato sentimentale che non ha tempo di venire fuori in pieno, dall'altro una spinta decisiva all'azione che si fa sempre più forte, sempre più necessaria. In questo senso dunque mi sono sentita molto vicina al mio personaggio, perchè credo che in un po' tutti noi vi sia un lato rivolto alla tenerezza, e un altro invece più incline alla violenza. Inoltre Quentin, pur privilegiando come sapete l'aspetto più virulento della faccenda, è comunque riuscito a coniugarlo nel migliore dei modi con quello appunto tenero, lasciandolo trasparire magari nei momenti più impensati. E poi interpreto una donna che, pur motivata da ragioni di vendetta e dunque propensa ala violenza, ha comunque modo di esprimere una grande moralità, e una eccezionale forza d'animo.


Com'è andato il training che ha dovuto affrontare per prepararsi come si deve alle incredibili acrobazie che compie nel film?


Come ben sapete, Quentin è un grandissimo appassionato di cinema e in questo frangente ha voluto omaggiare direttamente un genere (quello wuxapian, n.d.r) nel modo più credibile e verosimile possibile. Per farlo, ha preteso da parte di tutti noi una buona preparazione che è appunto avvenuta sulla base di insegnamenti precisi e soprattutto di una preparazione atletica notevole. Tutto quello che però prima delle riprese mi appariva come faticoso e duro da realizzare poi a livello pratico, si è trasformato improvvisamente in divertimento, e non ho trovato dunque alcuna difficoltà a cimentarmi con dei movimenti non certo abitudinari. E anche se le riprese sono avvenute subito dopo la maternità, mi sono lasciata contagiare dall'energia generale, e non ho fatto davvero alcuno sforzo, grazie anche all'aiuto dei miei colleghi, i quali, per la maggior parte, già conoscevano abbastanza bene le arti marziali.


Che differenze ha provato tra il recitare Mia Wallace in Pulp Fiction e La Sposa invece in Kill Bill?


In Pulp Fiction era subito evidente il budget limitato, il poco tempo a disposizione per finire le riprese, e il ristretto numero di persone chiamato a partecipare alla lavorazione. Tirava insomma un'aria da film indipendente, girato in tempi stretti e soprattutto a basso costo. Quentin poi è riuscito a realizzare un'opera geniale che ha avuto infatti un successo planetario, riscuotendo consensi sia dal pubblico che dalla critica. In Kill Bill invece lo sforzo produttivo è stato senza dubbio maggiore, anche se Quentin non ha affatto cambiato il suo modo di girare e di organizzare il tempo a disposizione. Semmai è cambiato in parte il mio modo di avvicinarmi alla parte. Prima delle riprese infatti, Quentin mi ha costretta ad imparare a memoria tutti i film di Sergio Leone, gran parte delle opere di John Woo e così via. Personalmente posso dire di non amare troppo i film violenti, dunque almeno all'inizio avevo un po' di paura rispetto alla reazione che avrei potuto avere…

E' la volta di Daryl Hannah, un nuovo ripescaggio condotto da Tarantino sul corpo di un'attrice ormai quasi dimenticata. La sequenza in cui si reca su lettino d'ospedale per uccidere la Thurman non si scorda facilmente, così come la benda che le copre l'occhio, un simbolo di morte gettato tra le fauci di un'ironia assolutamente corrosiva.


Cosa ha provato quando Tarantino l'ha contattata per il suo nuovo film?


In quel periodo mi trovavo a Londra, stavo girando con Radford Dancing At The Blue Iguana, quando Quentin è piombato nel mio camerino e mi ha proposto subito il film, parlandomi innanzitutto del personaggio che avrei interpretato. Ho accettato immediatamente, per una serie di ragioni. Prima di ogni altra cosa mi ha spinto ad accettare il fatto che consideri Tarantino uno dei più grandi registi di oggi, in grado di trasformare ogni opera in un qualcosa di magico. E poi il personaggio che interpreto è pieno di fascino, una vera e propria sfida per un attrice, che infatti ho colto al volo.


Come si è trovata ad essere diretta da Quentin?


Benissimo. Quentin è uno di quei registi che possiedono un'idea precisissima di quello che devono girare e soprattutto del modo in cui devono farlo. Detto questo, ho comunque avuto la possibilità di esprimermi al meglio proprio perché supportata da un regista che non ti dice semplicemente quello che devi fare, ma che cerca un dialogo, pur sempre tracciato però sulla base di convinzioni assolutamente precise. Mi è capitato davvero raramente di essere diretta da un regista che ama così tanto il cinema, in grado di innamorarsi di volta in volta di una scena, di una sequenza, di un attore. Ecco, forse la prima sensazione che si prova nel lavorare con Tarantino è proprio quella di essere amati come attori e rispettati come uomini. Senza dimenticare poi il fatto che Quentin mi ha regalato un'opportunità professionale per la quale gli sarò sempre grato.


Dopo i ringraziamenti di turno, le due attrici si allontanano in fretta dalla sala. Le rivedremo prossimamente nella seconda parte di Kill Bill, quella che chiude un'opera oggi forse senza precedenti nel suo inventare una dimensione autoreferenziata e al tempo aperta all'influenza esterna, in cui risuona potente e fascinosa la grandezza di un mondo popolato di cinema. Il fantastico mondo di Quentin Tarantino.

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