Qui rido io, di Mario Martone

Scarpetta, nella visione del regista, confonde il ruolo di capofamiglia e quello di capocomico. In una specie di recita continua, dentro e fuori dal palco. In concorso a #Venezia78

All’apice del successo, Eduardo Scarpetta si muove a Napoli come una specie di sultano. Carrozze, gioielli, lussuose case di proprietà, fino alla villa “monumento” La Santarella, a via Vittorio Colonna, nel quartiere Chiaia. Un palazzo liberty sulla cui facciata sorge la scritta irriverente “Qui rido io”. E poi i nove figli, nati da differenti relazioni, tre donne condivise in un regime di poligamia appena velato. Una vera e propria corte, che costituisce l’ossatura della compagnia di Scarpetta, quella in cui si formeranno il figlio legittimo Vicenzo e i mai riconosciuti Titina, Eduardo e Peppino De Filippo. Ma soprattutto una famiglia difficile, come dirà Peppino nel suo libro autobiografico, dominata dal potere incontrastato e dall’irrefrenabile verve del capostipite, padre padrone che, a dispetto di ogni idea di farsa, pretende il “rispetto del copione”, obbedienza assoluta sul palco e disposizione completa in casa.

Del resto a quella condizione di sultano, Scarpetta non era certo arrivato facilmente. Famiglia modesta, le difficoltà economiche di gioventù, anni e anni di gavetta, come spalla di Antonio Petito, uno dei Pulcinella più importanti del teatro napoletano. Fino alla fortuna con l’invenzione del personaggio di Felice Sciosciammocca, prima per accompagnare la maschera di Pulcinella, poi per soppiantarla definitivamente. “Pulcinella l’ho ucciso io”, dichiara a un certo punto Scarpetta, attribuendosi il merito di aver svecchiato il teatro napoletano con un nuovo carattere, “piccolo borghese povero ma ambizioso”. E quell’assassinio avverrà davvero, in una visione, in una notte oscura, sul palco di un teatro. Ma chi ci sarà dietro la famosa maschera nera con il nasone?

Martone incrocia Scarpetta in un momento particolare della sua vicenda, il famoso processo per plagio intentatogli da Gabriele D’Annunzio e dalla Società degli autori di Marco Praga per Il figlio di Iorio. La prima vera causa in cui si dibatte di diritto d’autore, libertà di satira e di parodia, e per cui si mobilitano in tanti. Salvatore Di Giacomo, Roberto Bracco, Libero Bovio, i grandi nomi della canzone e della cultura napoletana di fine Ottocento e inizio Novecento, contro l’attore. Dall’altra parte, a suo favore, addirittura Benedetto Croce. Ed è l’ennesima prova della capacità di Martone di attraversare momenti cruciali della grande battaglia delle idee, a partire da personaggi e prospettive particolari (Caccioppoli, Leopardi, la comune di Diefenbach di Capri-Revolution…). Qui rido io è, del resto, ancora una volta, il lucido specchio di una certa malattia retorica della cultura italiana, quella che vive sottotraccia, e che riemerge a tratti, come nelle tentazioni del dannunzianesimo o in tutte le forme di un fascismo sempre latente, con il suo odore del sangue.

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Ma quel processo è importante anche perché segna in maniera indelebile il destino del personaggio. Nonostante la vittoria in tribunale, per Scarpetta è l’inizio della fine, il momento in cui prende coscienza della volgere di un’epoca, dei cambiamenti nel gusto del pubblico e nelle forme dello spettacolo. Cambiamenti che vedi nei dettagli, il successo del cafè-chantant, gli albori del cinematografo (a cui si dedicherà proprio il figlio Vincenzo). Pure ‘o cinematografo! All’improvviso, l’autorità di Scarpetta viene messa in discussione dai suoi stessi eredi, grandi e piccoli. Ed emerge il volto triste dietro la maschera, quello chapliniano di un uomo che, nella visione di Martone, confonde il ruolo di capofamiglia e quello di capocomico. In una specie di recita continua, dentro e fuori dal palco, in casa, per strada, persino in tribunale, quando non riesce a resistere alla tentazione di trasformare il suo discorso difensivo in un’altra commedia.  ‘A forza mia è ‘o pubblico. E, n fondo, tutti gli altri sono, dal suo punto di vista, nient’altro che spettatori di una performance a senso unico, senza possibilità di replica. L’incontro con il vate, quello con Croce, la spartizione del sartù di riso.

Coerentemente, Martone comincia sulle scene di Miseria e nobiltà. In una straordinaria sequenza, tra i camerini, il palco, la platea, il dietro le quinte da cui Eduardo De Filippo spia incantato la magia dello spettacolo. E tutto il film si svolge come su un palcoscenico, in una rappresentazione senza soluzione, mentre i classici napoletani passano in una playlist praticamente ininterrotta. Tra comprimari e comparse, Tony Servillo si abbandona, mai in maniera così azzeccata, alla propria irruenza istrionica e si arroga il ruolo di mattatore. Ma il film, oltre lui, quasi alle sue spalle, cresce di densità. Fino a momenti straordinari, istanti di pura commozione. “A chi si figlio tu?”. A quella domanda il piccolo Eduardo si interrompe, mentre prova il ruolo di Peppiniello in Miseria e nobiltà. Svelando come tutto il film sia, in fondo sulla paternità. Paternità artistica, paternità biologica. Come si è padri? E come possono i figli trovare la loro strada? “Vuoi là libertà?” chiede, poco dopo, Eduardo al fratello Peppino, il “ribelle”, dopo averlo rincorso per tutto il teatro. “La nostra libertà è là sopra”. È l’illuminazione definitiva del cortocircuito tra spettacolo e vita.

 

Regia: Mario Martone
Interpreti: Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna, Antonia Truppo, Paolo Pierobon, Eduardo Scarpetta, Lino Musella, Roberto De Francesco, Gianfelice Imparato, Giovanni Mauriello, Iaia Forte
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 133′
Origine: Italia, 2021

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.89 (18 voti)
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