R.M.N., di Cristian Mungiu

I comportamenti dei singoli sono lo specchio di determinate dinamiche sociali e politiche. E qui raccontano la paura dell’altro, il fallimento dell’integrazione. In concorso a #Cannes2022

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Si parlano tante lingue nel piccolo villaggio della Transilvania in cui è ambientato R.M.N. Il rumeno, ovviamente, ma anche l’ungherese e il tedesco. Persino il francese, segno storico della cultura occidentale più influente, e l’inglese, la lingua globale per eccellenza. Tutti sembrano capirsi, riuscire a passare con naturalezza da una grammatica all’altra. Come se si fosse realizzata l’utopia della reciproca comprensione, in una rinnovata unità delle genti. Ma è solo un’impressione. Ogni sintassi ha le sue ragioni e le sue regole. E le differenze hanno un prezzo, sono implacabili. Dire “ti amo” in rumeno ha ben altro valore che dirlo in ungherese o in inglese. Dovrebbe significare una presenza più consapevole, una adesione più piena alla verità dei propri sentimenti. Perché esiste una lingua del cuore, che non ammette traduzioni. Per questo, la scena in cui Csilla chiede al silenzioso e spaesato Matthias di dichiarare i suoi sentimenti è emblematica. I due, pur giocando con gli “I love you”, non trovano la lingua comune. Del resto, lei è di origine ungherese, lui tedesca… Potrebbe sembrare ben poca distanza a uno spirito comunitario. Ma su ogni punto di giunzione basta un niente per aprire una fattura.

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Il discorso linguistico di Mungiu, anche nell’apparente indifferenza di tono, è cristallino. Emblematico, appunto… Perché il suo cinema va sempre in cerca dell’esemplare, del momento in cui il particolare e il generale coincidono. In cui i comportamenti dei singoli, persino microscopici, sono lo specchio esatto di determinate dinamiche sociali e politiche. Così da raccontare l’essenza profonda di un paese.

Qui Mungiu si sposta in Transilvania, in un piccolo villaggio in cui vivono fianco a fianco comunità di varia origine, ognuna con i suoi riti e usi. Rumeni, certo, ma anche magiari e tedeschi. Senza contare i rom, marchiati  a fuoco dalla diffidenza generale e storicamente costretti alla diaspora: il segno più evidente e drammatico di quanto, in realtà, la pace sia tormentata da odi antichi, rivalità solo assopite, pronte a riemergere e a riesplodere. E, in effetti, la situazione degenera quando in paese arrivano dei lavoratori dallo Sri Lanka, assunti da un’azienda di prodotti alimentari con finanziamenti dell’Unione Europea. La rabbia monta e la comunità si ribella contro gli invasori venuti a rubare il lavoro, a portare malattie e barbare credenze.

Lo stesso tracciato della vicenda assorbe, così, quella tensione tipica delle immagini di Mungiu, in cui, nell’apparente neutralità delle inquadrature, agisce l’ombra di un fuoricampo incombente, di qualcosa che irrompe all’improvviso e che rimette in discussione gli equilibri. Un fulmine, una deflagrazione, una tempesta, il sasso che spacca il vetro in Un padre, una figlia, la molotov che incendia qui la tranquilla cena dei singalesi. Ed è l’attimo in cui il sistema, formale e sostanziale, si incrina e il caos entra nelle falle.

Dalla R.M.N., dalla risonanza magnetica, emerge allora l’immagine di un razzismo profondo, di una paura dell’altro che testimonia il fallimento dell’integrazione. E che vede la stessa Europa e l’occidente come entità aliene. Neanche l’autorità ha la capacità di mediare tra le istanze e comporre i conflitti. Come emerge nella straordinaria scena dell’assemblea. Un’unica lunghissima inquadratura fissa, in cui la voce fuoricampo del sindaco cerca di mettere ordine tra le divagazioni, le accuse e le recriminazioni dei partecipanti. E in cui si stratificano più livelli. La discussione sugli immigrati, il conflitto sociale, l’ipocrisia e il pregiudizio. E poi, in primo piano, Matthias che cerca, per l’ennesima volta, di trovare le parole giuste per esprimersi.

Ma la complessità del discorso di Mungiu, oltre a sancire questa crisi del dialogo, si sintonizza anche su una realtà più profonda e primitiva, una specie di lato selvaggio, come gli orsi e gli altri animali che popolano la foresta. Qualcosa di misterioso che sta sotto i simboli dei riti e che carica di senso le cose, che nutre le visioni e le premonizioni. Una dimensione che, in un modo o nell’altro, rivendica la sua esistenza e ristabilisce la sua legge. Anche a costo di vittime sacrificali.

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4
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