Raccolto amaro, di Georges Mendeluk

La dolorosa pagina dell’Holodomor, il “genocidio per fame” voluto da Stalin contro gli ucraini, è rimasta una pagina colpevolmente oscurata e portata alla luce solo nel 1991, dopo la caduta del Muro. Una tragedia che ha ucciso milioni di persone e ancora oggi gli anni che vanno dal 1932 al 1933 sono segnati indelebilmente per gli ucraini soprattutto, come un periodo di terrore, che merita, in ogni anniversario, un doveroso ricordo da parte dell’intera comunità. La radicale trasformazione dello Stato messa in opera da Stalin con una sorta di nazionalizzazione delle attività produttive comprese quelle agricole, trovò la dura opposizione degli ucraini, da sempre dediti, in forma privata e familiare, all’agricoltura. Il dittatore decise di porre fine alle ribellioni nella regione privando progressivamente i cittadini di cibo e vietando ogni scambio commerciale. La spietata iniziativa ebbe i suoi effetti. Primo fra tutti la crescente mortalità per fame fra la popolazione, alcuni scamparono al genocidio programmato, solo pochi riuscirono ad abbandonare il Paese.
Georges Mendeluk, il regista di Raccolto amaro è canadese, ma nato in Germania e di origini ucraine, e ha ambientato il suo film in quegli anni e il suo protagonista Yuri, che nelle prime immagini è un bambino, diventerà uno dei pochi con la moglie Natalka a superare il confine russo per rifugiarsi in Polonia. Tra questi due estremi una serie di dolorosi episodi che lo vedono in carcere subito dopo le prime avvisaglie della repressione dell’esercito sovietico. Il suo talento d’artista lo aveva portato a Kiev, dove era stato costretto ad abbandonare gli studi e l’arte, prima della prigionia e della rocambolesca fuga per tornare nel suo villaggio d’origine per ricongiungersi alla giovane moglie.
Questo il racconto nella sua scarna essenza, più difficile è passare a ragionare su come questa narrazione, in se non particolarmente originale, ma che avrebbe potuto diventare avvincente, sullo sfondo di uno scenario storico imponente e pieno di suggestioni anche utili all’oggi, sia stata trattata per essere portata sullo schermo.
Mendeluk, nei cui trascorsi c’è molta televisione e poco cinema, non sembra smentirsi e traduce in sillabe un racconto che avrebbe meritato un respiro maggiore e una migliore meditazione. Mendeluk salta qualsiasi filosofia espressiva e si rifugia in una visione finto popolare, piena di luoghi comuni e in una cornice di antiquati canoni televisivi che riconducono ogni riflessione esclusivamente ad una narrazione sempre superficiale e corriva.
Raccolto amaro soffre di molte carenze ed è un vero peccato.
Il racconto storico non acquista mai lo spessore del dramma collettivo, restando quasi una questione privata della famiglia di Yuri. La drammaturgia del racconto cinematografico si fa da subito inutilmente enfatica con frasi del tipo: L’inferno è non sapere amare, con i personaggi tutti sopra le righe pronti a declamare frasi da consegnare direttamente alla storia. L’amore tra i due giovani protagonisti è disperso e invisibile. Le melense immagini subacquee iniziali non sono sufficienti a tratteggiare un amore infinito come quello che sembrano promettersi i due ragazzini. La lotta tra buoni e cattivi non conosce sfumature e la scrittura del film riduce a semplicità forzata la complessità della storia. Stalin non è neppure un genio del male, ma un replicante senza alcuno spessore e il conflitto con Bucharin, che si opponeva alla decisione di affamare l’Ucraina, condensato e liquidato in una battuta.
Raccolto amaro non sa ricomporre alcun dramma tra le sue immagini, non sa comunicare con lo spettatore, non apre conflitti e non sa sanare ferite, non sa immaginare alcuna emozione, vaneggiando un’epica senza eroismo né tragedia.
Un’operina senza vita, fredda come le distese russe dalle quali ha tratto origine, senza empatia e senza sapere scavare nella storia, senza sapere raccontare con le sue immagini e con il suo narrare frettoloso e a fior d’acqua, il dolore profondo di quel genocidio, che resta, dopo la visione, cosa lontana e soprattutto e colpevolmente, solo personale e mai collettiva.

Titolo originale: Bitter harvest
Regia: Georges Mendeluk
Interpreti: Max Irons, Samantha Barks, Barry Pepper, Terence Stamp, Tamer Hassan, Lucy Brown
Distribuzione: P.F.A. Films
Origine: Canada, UK, 2017
Durata: 103’

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