“Raccontare i micro-drammi quotidiani”. Incontro con Mishima Yukiko

Ospite dell’Istituto Giapponese di Cultura, la regista ha toccato molti temi, dalla passione infantile per i film di Fellini e Powell alla collaborazione con il grande attore Asano Tadanobu

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Dopo due anni di interviste online l’Istituto Giapponese di Cultura torna ad ospitare nella sua sede romana un cineasta del Sol Levante, con una due-giorni dedicata alla regista e sceneggiatrice Mishima Yukiko. L’incontro – organizzato in collaborazione con il Ca’ Foscari Short Film Festival e coordinato dal direttore artistico Maria Roberta Novielli – si è tenuto all’insegna della contaminazione culturale, del confronto di idee, visioni e espressioni che concorrono a definire una reciprocità di influenze anche (e soprattutto) tra paesi distanti. Ed è proprio sul tema della connessione inter-culturale che Mishima apre la discussione: “Quando ero piccola ho iniziato a frequentare la sala, e il primo film di cui ho memoria al cinema è stato Scarpette rosse” dichiara la regista in merito alle sue prime esperienze da spettatrice. “Al film di Powell e Pressburger sono seguiti tanti altri lungometraggi europei, tra cui quelli di Fellini, Truffaut e il primo Chaplin. Ho capito così che solamente attraverso il cinema ci fosse la possibilità di comprendere e conoscere realtà culturalmente distanti, che mi portassero oltre il mio piccolo mondo di sofferenza”.

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Come ricorda la cineasta giapponese, le prime esperienze di visione si ricollegano ad un periodo fortemente traumatico della sua esistenza, in cui il cinema ha assunto il ruolo di vero (e unico) agente catartico. “A 6 anni ho avuto un incidente terribile. Sono stata molestata da un uomo” ricorda Mishima Yukiko con un tono per nulla gravoso “mi sembrava tutto buio, però in quel periodo mi sono innamorata profondamente di Scarpette rosse. Mi chiedevo come facessi ad amare un film così tragico, e fu proprio a quel punto, ispirata dalla storia di una donna che vive fino in fondi i micro-drammi della quotidianità, che esplose la mia passione per il cinema”. Un trasporto emotivo davvero intenso, quello per il grande schermo, di cui la cineasta inizialmente non era in grado di comprendere l’entità, ma che ha irrimediabilmente segnato la sua parabola espressiva. “Non sapevo di voler diventare regista, ma tutti i giorni leggevo i pressbook dei film, su cui erano trascritte le interviste ai cineasti. Per una donna in Giappone negli anni ’90 non era certamente facile inseguire una carriera registica, ma io vedendo i film mi domandavo sempre in cosa consistesse l’amore e cosa fosse la bellezza. Cioè quei sentimenti a cui noi giapponesi difficilmente siamo in grado di dare risposta e sui quali desideravo comunque riflettere attraverso il cinema”.

Una volta compresa la sua vocazione, ovvero quella di “girare film sulle persone comuni e sui loro drammi quotidiani” Mishima Yukiko ha potuto così dirigere la sua attenzione verso il filmmaking, muovendo i primi passi in ambito documentaristico. “Ho esordito con home-movies girati in pellicola 8 mm, che hanno richiesto tantissimo part-time!” ricorda la regista giapponese tra le risate generali “per poi rivolgermi al mondo del documentario. A quel punto ho proposto alcuni soggetti alla NHK (la TV di stato giapponese) dove non conoscevo nessuno. L’intraprendenza mi ha certamente premiata, ma sono stata anche fortunata”. Analogamente ai suoi primi ricordi spettatoriali, anche gli esordi nel documentario sono stati contrassegnati da un fattore traumatico, dalla natura in questo caso non individuale, ma collettiva. “Per la NHK ho iniziato a girare lavori sul terribile terremoto di Kobe del ’95. E al tempo anche la mia abitazione era per metà crollata, ma continuavo lo stesso a effettuare le riprese nel bel mezzo delle varie scosse di assestamento. In quell’occasione ho davvero compreso la quotidianità delle persone, a cui ho prestato sempre più attenzione”. Un evento, quello del terremoto, tanto brutale quanto generale, che ha sottoposto i giapponesi alla stessa condizione esistenziale, e che ha rivelato agli occhi della cineasta la materia centrale alla base della sua espressione poetica. “In quella situazione mi sono resa conto delle piccole cose per cui è davvero importante vivere, degli aspetti che definiscono la nostra quotidianità e di cui percepiamo l’essenza nel momento in cui ci vengono sottratti. Desideravo allora creare un’opera che indagasse i modi possibili con cui superare situazioni così tragicamente avverse. Da lì ho tratto l’ispirazione per realizzare i miei lungometraggi di finzione, in cui cerco di ritrarre le tribolazioni quotidiane di persone comuni”.

Si arriva così alla seconda parte della conversazione, in cui Mishima Yukiko riflette sul suo processo creativo, e insieme sulle dinamiche rappresentative alla base dei suoi film di finzione. “È assolutamente vero che i miei personaggi femminili non offrono solo lati positivi” risponde così la regista, interrogata sull’ambiguità caratteriale delle donne nelle sue narrazioni. “Mi rendo conto, in quanto donna, che essi nascondano sempre degli aspetti negativi. Ma a posteriori questo è l’unico modo per restituir loro una soggettività profonda, dal momento che il mio obiettivo è quello di rappresentarli come esseri umani, con tutti i loro pregi e difetti. E nel presentare caratteristiche positive e negative, non cerco mai la linearità, ma una più coerente alternanza spettrale”. Proprio in relazione al film Dear Etranger, proiettato prima dell’incontro e incentrato sui problemi di una famiglia post-sanguinea, in cui il protagonista-padre (ri)cerca ossessivamente un senso di integrazione nonostante la sua estraneità genetica, la regista ha sottolineato l’importanza di far ruotare paradigmi femminili tra loro diversi attorno alla nevralgica figura dell’uomo. “Volevo che il personaggio di Makoto (interpretato dal grande attore giapponese Asano Tadanobu) fosse costantemente circondato da donne dalla personalità opposta, in modo da esaltarne la fragile dimensione emotiva, e insieme la difficoltà intrinseca nell’aprirsi all’altro. È in questa direzione che ho delineato tipologie di donne completamente differenti, con il carattere propositivo della ex-moglie che fa da contrasto allo spirito sommesso e recalcitrante dell’attuale coniuge del protagonista”.

In coda all’incontro, Mishima Yukiko ha voluto soffermarsi proprio sul lavoro con (e su) gli attori, a partire dalla collaborazione con Asano in vista della definizione del suo personaggio. “Calare Asano nei panni di un comune salaryman è difficile, dal momento che è un uomo estremamente sexy!” prosegue divertita la regista “per questo ho cercato di “abbruttirlo” dal punto di vista strettamente iconografico, vestendolo con il più convenzionale completo dell’impiegato giapponese. Solo a quel punto ho avuto la possibilità di esplorare il personaggio di Makoto più in profondità. E in questo senso ho suggerito ad Asano di tenere a mente il verbo inglese ʹfloatingʹ, perché lui ʹfluttuaʹ costantemente tra tipologie di donne opposte, per poter affermare le coordinate emotive dei suoi rapporti domestici”. Tutto secondo un’intenzione comunicativa che porti il racconto a rappresentare un nucleo famigliare realistico, estendendone la fisionomia oltre i meri legami di sangue, ritenuti in Giappone “più densi dell’acqua stessa”. E in un contesto narrativo come quello di Dear Etranger, che esalta l’iconografia di “famiglia estesa” a suo nucleo significante, per Mishima si è reso necessario il lavoro collaborativo con tutti i membri/interpreti di quella famiglia, special modo con le giovanissime attrici. “Per i ruoli delle bambine ho indetto un’audizione collettiva, a cui hanno partecipato aspiranti attrici da tutto il paese” dichiara la regista in merito alle origini del progetto. “L’audizione è proseguita a scrematura progressiva, fino a che non ho trovato le giuste interpreti per quei ruoli. E dal momento che le tre attrici (Minami Sara, Kamata Raiju e Arai Miu) avevano poca o nessuna esperienza attoriale, ogni mattina partecipavano ad un workshop di recitazione, in cui le venivano insegnati esclusivamente i movimenti di base. Solo nel pomeriggio, qualora si trovassero a loro agio con gli altri interpreti, recitavano insieme agli adulti”.

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Le Arene estive di Cinema a Roma

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