Rambo: Last Blood, di Adrian Grunberg

La decisione di lasciare in vita John Rambo alla fine di First Blood, nel 1982 (nonostante fosse stata girata anche la versione alternativa con Trautman che giustizia il reduce dopo il suo celebre monologo-sfogo in lacrime), cambia in maniera irrevocabile il percorso di Sylvester Stallone, che dal prototipo di Kotcheff in poi si fa macchina da guerra in ogni senso, abbandonando quantomeno in apparenza l’umanità dei perdenti dipinti sin lì con una sensibilità da New Hollywood, e abbracciando del tutto l’epica del sequel infinito (il manifesto più evidente sarà appunto Rambo II di Pan Cosmatos dell’85, che rimane in ogni caso uno dei più grandi titoli di tutto il cinema del decennio). L’intera carriera di Stallone tornerà più volte a questo bivio, quello in cui l’attore-sceneggiatore-regista sembrerà dissipare una certa considerazione autoriale nei suoi confronti (il suo Rocky aveva, com’è noto, capovolto le previsioni degli Oscar 1976, dunque poco prima) gettandosi senza remore nel prossimo action, o nell’ennesima saga muscolare.


E così, dopo la statuetta lisciata per Creed, un progetto che in due film riporta Balboa ad una dimensione di fragilità amata pressoché da tutti tra pubblico e critica, e dopo gli onori di Cannes, ecco i velocissimi Escape Plan, ma soprattutto ecco che c’è bisogno di ritornare a vedere come se la sta cavando John Rambo, ovvero il più irriconciliabile degli alter ego stalloniani, il peccato originale mai realmente mondato (nemmeno con il ritorno a casa sugli end credits dell’ultimo straordinario film del 2008), il personaggio impossibile da rieducare e rivalutare accademicamente. Come se Stallone sentisse puntualmente il bisogno di sporcare la propria icona nel fango del cinema da battaglia, per scardinare quasi disperatamente la fissità inamovibile di chi è convinto di poterlo incastonare nella bolla intoccabile del Mito.

Allora, Rambo: Last Blood sembra essere qui per dirci che Sly è molto probabilmente più dalla parte dell’Ivan Drago di Creed II, che del giovane Adonis, come avevamo sospettato: in questa maniera, il personaggio del reduce solitario e silente si conferma essere il più complesso di tutta la galleria stalloniana, simbolo ancora una volta del rimosso d’America, del cuore di tenebra più animalesco e brutale della nazione, a cui non è concesso alcun posto nella facciata civile del Paese. A differenza di Rocky, a Rambo non è permessa una famiglia neanche d’adozione, né una filiazione più o meno diretta: la sua condanna è quella di essere expendable, “come quando ti invitano ad una festa, tu non ci vai e nessuno se ne accorge”, e di dover prima o poi decidersi a morire celibe come tutto il cinema che rappresenta.

Il film di Grunberg, scritto da Stallone con lo sceneggiatore di serie tv Matthew Cirulnick, è perciò dichiaratamente fuori tempo massimo, con il suo look e budget da straight-to-video (non aiuta la regia grossolana del responsabile di Viaggio in Paradiso, che ha l’unica e funzionale idea di trasformare Rambo in un’ombra soprannaturale, una sorta di creatura mostruosa e oscura che si aggira come un predatore tra i tunnel scavati sotto la sua tana, forse l’unica traccia rimasta del primo script che voleva il protagonista doversela vedere contro un supersoldato dai poteri animali), e la sua sottolineata volontà di riallacciarsi direttamente proprio al capostipite, l’unico altro episodio d’altronde ad avere un’ambientazione “cittadina” (Stallone ha anche contattato in un primo momento il creatore del personaggio, lo scrittore David Morrell, ma la collaborazione tra i due si è ben presto interrotta, e il romanziere non ha nascosto di essere particolarmente scontento del film, un po’ come tutti i commentatori di questi giorni…).
E così il nostro John viene una nuova volta fatto prigioniero e torturato, creduto morto e costretto invece al ritorno per l’ennesima missione di salvataggio, forzato ancora e ancora ad affidarsi unicamente al proprio istinto e al proprio addestramento per la costruzione di trappole letali, violentissimi congegni mortali, botole, nascondigli e spuntoni.

E’ vero, molti prodotti recenti tra cinema, romanzi e serialità stanno raccontando in maniera infinitamente migliore e “più attenta” la guerra tra Narcos e Stati Uniti sul confine con il Messico, ma questo è un film di frontiera, forse l’ultimo ancora possibile, e la frontiera per Rambo è al giorno d’oggi completamente interiore, squarcia per sempre la propria dimora fino a minarne irrimediabilmente le fondamenta: la guerra del Rambo del 2019 è dentro la sua stessa casa, che non può che crollare, finire a pezzi, saltare in aria come rifugio evanescente e irrisorio, postazione d’attacco travestita da avamposto di difesa.
Nell’atto abissale di distruggere il suo stesso ranch per seppellirci dentro decine di messicani cattivissimi, Rambo accetta ancora una volta il proprio destino di nomade irredimibile dell’inconfessabile inconscio buio d’America, e sellato il cavallo si lancia ad una dolorosissima, dannata sopravvivenza “giorno per giorno”, immagine definitiva di un genere abiurato, che non è smart, non ammicca e rifiuta qualunque umorismo, e che cavalca ancora ormai solo con Sly.

Titolo originale: Rambo V: Last Blood
Regia: Adrian Grunberg
Interpreti: Sylvester Stallone, Paz Vega, Yvette Monreal, Joaquín Cosio, Óscar Jaenada, Sergio Peris-Mencheta, Adriana Barraza, Jessica Madsen, Sheila Shah, Owen Davis, Díana Bermudez
Distribuzione: Notorious Pictures
Durata: 89′
Origine: USA, 2019

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