Raw, di Julia Ducournau

L’esordio dietro la macchina da presa della regista francese, appena premiata a Cannes con Titane, è un racconto di formazione horror che sovverte le regole di “genere”. Su Chili

Che succederebbe se Antoine Doinel fosse una ragazza e invece di amare le donne (o gli uomini) scoprisse di amare la carne, di desiderare le persone…nel senso di volerle mangiare? Beh in quel caso avremmo davanti un racconto di formazione horror che Truffaut certo non avrebbe mai potuto immaginare negli anni ’60, ma che Julia Ducournau, parigina classe 1983, ha realizzato e presentato alla cannense Semaine de la critique nel 2016, dove ha vinto il premio Fipresci. Intrisa di feminist film theory e di “mostruoso femminile” Ducournau esordisce con un film che sovverte alcune regole dell’horror riallacciandosi alla tradizione francese dell’adolescenza come spazio emotivo da attraversare e raccontare attraverso le immagini.

Se la prima scena del film, nell’aprirsi con un indecifrabile incidente stradale inquadrato a distanza, sembra già adombrare suggestioni cronenberghiane, ipotesi di un cinema ossessionato dalla fusione corpo-macchina come in Titane, fresco e controverso vincitore della palma d’oro al Festival di Cannes, presto Raw esibisce tutti i crismi dell’educazione…”sentimentale”. Siamo in un istituto veterinario dove la giovanissima e acerba Justine, che viene da una famiglia vegetariana e non mangia carne, è appena arrivata. Qui ritrova la sorella più grande Alexia. Da matricola è sottoposta una serie di “scherzi” e atti di nonnismo da parte degli studenti più grandi tra cui la stessa Alexia. Justine viene schernita per il suo rapporto con il sesso, viene ricoperta di sangue, costretta a mangiare parti di animali. E così a poco a poco scopre di aver un feeling particolare con la carne, con il suo sapore…

Coming of age mestruale tanto estremo quanto consapevole nelle sue metafore e provocazioni. E’ soprattutto il corpo, femminile ovviamente, la sua scoperta, la sua reinvenzione anatomica e politica, a essere al centro. “La mostruosità femminile fa paura perché può davvero mettere fine al mondo, o almeno a quello in cui viviamo” scrive Jude Ellison Sady Doyle nel suo Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne (Edizioni Tlon). Ecco Raw sembra in qualche modo prendere spunto da questa necessità di ridefinire femminilmente la mostruosità e quindi ripensare (o addirittura mettere fine) a un tipo mondo. In quello che è un capovolgimento politico e scopico radicale all’interno delle regole del (cinema di) genere, l’oggetto del desiderio non è più allora la final girl ma il corpo maschile, che qui è inerte, un corpo sacrificale pronto per essere morso, consumato, cicatrizzato nel migliore dei casi.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Ducournau filma la sua personale versione di Carrie sostituendo il cannibalismo ai poteri paranormali e disattendendo il bagno di sangue finale per ricollocare questa sua storia a una dimensione intima, psicoanalitica, necessariamente familiare. Raw diventa così anche un film di doppi. La parabola horror di Justine si definisce si definisce solo in rapporto a quella della sorella Alexia. L’alter ego della protagonista è la sorella, e poi la madre in fuori campo. La mostruosità è femminile. Ma la mostruosità è la famiglia. Quindi la (nuova) famiglia è femminile. “Troverai una soluzione” dirà alla fine il padre che può solo esibire il busto martoriato. Il cannibal holocaust è alla porte ma stavolta parla una lingua differente e vuole mettere fine al mondo. 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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