“Reality”, di Matteo Garrone


Matteo Garrone impone il cinema alla reality, e la trasforma in show.
Cinema sulla realtà proprio in senso spaziale allora, che infatti continua implacabilmente a guardare dall’alto, a mappare gli spazi di un set che con forza non si fa altro che ribadire estraneo. Dopo Gomorra, si conferma lo sguardo di un cineasta che ha già deciso da che parte stare, ed è sempre dall’altra. Prima ancora che parta il movimento perpetuo del pianosequenza: vietato posarsi su qualcosa, qualcuno, un volto, una battuta – il pianosequenza è unstoppable, e per il cinema è già troppo tardi, resta fuoriscena, fuoricampo, fuori dalla casa (sei stato nominato).

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Di nuovo, da un’altra parte: quanto cinema resta sprecato nelle intuizioni e nei linguaggi di questa squadra di caratteristi partenopei, tutti strepitosi quanto trascinati dal film in un grottesco trasognato che vorrebbe guardare all’ultimo Fellini di sabotaggio catodico (L’intervista, Ginger e Fred) e invece finisce solo per chiudersi in un baretto pittoresco da esporto più che da esportazione, per ritrovare dietro al bancone l’allampanato Ciro di Gomorra, il quale poi tra un film e l’altro un reality l’ha fatto sul serio, intuendo appieno il conflitto tutto garroneo e spesso fallimentare tra maschera e personaggio.

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Il pescivendolo Luciano è ossessionato dall’essere costantemente sotto controllo da agenti sotto copertura del Grande Fratello, che ne stanno testando la condotta nella vita quotidiana per decidere se trasformarlo o meno in un concorrente del programma, dopo un provino superato dal protagonista in maniera rocambolesca. Questa sua psicosi porterà alla rovina la sua famiglia e la sua vita, ma di certo non porta sul fondo con sé il film, che mantiene invece la superficie chirurgica di un geometrico esercizio di stile (al pari delle musiche un po’ turistiche di Alexandre Desplat) privo come al solito di qualunque respiro o affetto, o di un sentimento che non sia una sorridente, composta ripugnanza (non a caso l’elemento meglio riuscito è la replica, fedelissima e curatissima, dei personaggi e delle scene prese da un’edizione qualsiasi del Grande Fratello “reale”).

 

Non è un cinema da tenere lontano, quello di Matteo Garrone, perché ad evitarci ci pensa da sé (confrontare ad esempio le pantagrueliche e squillanti cerimonie familiari in ristorante all’inizio di Reality e di Fortapasc di Marco Risi, per rendersi conto della differenza non solo di approccio quanto proprio nella concezione dei corpi, del sangue che li anima e di conseguenza innerva le immagini). Tutto intento ad innalzare le pareti di una situazione-set puntualmente delineata e racchiusa, invece di fare esplodere proprio questo set tra le vie e le case di questa Napoli a cui, come dicevamo all’inizio, Garrone vuole per forza imporre la gabbia del (suo) cinema. Si dimenano per non lasciarsi addomesticare, le immagini e i corpi di questa città. Ma l’unica via di fuga concessa è quella, illusoria, di intrufolarsi volontariamente tra i reclusi di uno studio televisivo senza via di uscita.

Regia: Matteo Garrone
Interpreti: Aniello Arena, Claudia Gerini, Arturo Gambardella, Nunzia Schiano, Ciro Petrone, Loredana Simioli

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Origine: Italia 2012
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 110′

7 commenti

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    Io sto con Cinematografo: 'Cinema che non ammette nessuna smania estetica né imperativo morale. Cinema necessario perché depurato. Sciolto da abitudini, miopie e ingiunzioni di sguardo. I suoi occhi non calano dall’alto, come rapaci sul mondo. Ma s’infettano con ciò che guardano'. Altro che cinema che ci tiene lontano caro Sozzo…

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    Quoto tutto. Film che VORREBBE stare dall'altra parte, invece risulta BORGHESISSIMO. E l'ho visto più di una volta. Sono pronto a regalare 1 milione di euro al cineasta che riesca a produrre un film sulla REALITY senza scadere in moralismi e stereotipi: La realtà non è cattiva, neanche quella della televisione.

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    Credo sarebbe stato molto facile fare un film moralista su questo tema, ed invece quello che mi ha sorpreso in positivo è che c'è in fondo affetto nei personaggi, senza nessuna voglia id giudicarli. Promosso per me

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    Quoto l'ultimo commento, e aggiungo che se Garrone fosse davvero borghese, per dirla alla De André, condannerebbe a diecimila anni più le spese i suoi protagonisti, invece ci dice che anche se non son gigli son pur sempre vittime di questo mondo, in cui ci si affida sempre ad un elemento salvifico (che sia la madonna come un reality show, ma per altri potrebbe essere Beppe Grillo, e via all'infinito…) per strapparci alle miserie della nostra quotidianità

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    Recensione stimolante, commenti pure, scrittori e lettori confermano l'anomalia di Sentieri selvaggi nel web. Bravi!

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    Mi permetto di sottoporre estemporaneamente alcune umili riflessioni.
    In questo film la figura del medico o dello psichiatra è marginalizzata, distorta, quasi ridicolizzata e veicola diagnosi poco plausibili del tipo "shock da grande fratello".
    Ad un certo punto si intuisce che il protagonista viene curato (non si capisce in che modo, ma si fa cenno a "farmaci"), più o meno inutilmente (il messaggio sembra: i farmaci sono inefficaci, il medico non ci capisce niente). La "sfiducia" nella psichiatria (che non viene nemmeno nominata..), "il dottore" o "lo psicologo" è totale.
    Immagino che tutto ciò sia perché il film non ha un intento pedagogico.
    Inoltre fotografa alcune distorsioni culturali che portano sovente (soprattutto al sud ma non solo) alla stigmatizzazione, non riconoscimento, intervento tardivo e minimizzazione ("tanto gli passa") di problemi che se curati tempestivamente potrebbero essere risolti o quanto meno ge …

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    credo, che la psichiatria,andrebbe messa ''sul banco degl'imputati''.
    spesso a me sembra piu vicina alla superstizione che alla scienza.
    comunque, purtoppo la psichiatria spesso funziona poco o nulla.